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L'Italia è il paese che ama.

Quando si discute di politica italiana è facile trovarsi di fronte persone comprese nel ruolo di guardie civiche o di bersaglieri della morale. Sfilano orgogliosi un elenco come farebbe la sposa con la sua giarrettiera, arringano impetuosamente persuasi di avere dalla loro la stessa ragione di Cicerone su Verre, esibiscono fieramente il loro disprezzo per una vita pubblica e privata votata a sfrenato edonismo e manie di grandezza. Penso che il lettore abbia còlto senza particolari affanni l’oggetto di questi rituali: il nostro presidente del Consiglio, amato da una percentuale bulgara stando ai sondaggi, odiato, dicono alcuni, dalla maggioranza degli italiani che coltivano la passione della politica. Apprendiamo dagli elettori di centrosinistra, soprattutto loro, che il rituale non è una novità: Silvio Berlusconi è odiato dal 1994, il Paperon dei Paperoni della politica italiana è assurto ormai a vero e proprio paradigma, e probabilmente prim’ancora del suo attivismo politico.

In realtà, a un’attenta riflessione non è esatto rendere partecipi di questo rituale solo i cittadini – in gran parte elettori di centrosinistra (?) -, poiché abbiamo copiosi esempi anche nella real schiatta della politica italiana. È un fenomeno affascinante, da raccontare ai posteri (ai quali non chiederò per pudore se la sentenza sarà ardua), tra i quali, c’è da giurarci, ne valuteranno l’importanza gli studiosi di psicologia sociale. Chiaramente non è il primo caso di atrofizzazione delle coscienze, né sarà l’ultimo, ma è indicativo di come un ruolo possa prendere possesso del libero arbitrio di un individuo e trasformarlo in una tessera di una superiore unità che si è data come obiettivo l’eliminazione di un feticcio. È un esperimento avvincente, perché se da un lato l’offensiva fonda la sua legittimità sulla giustificazione morale e pratica dei benefici supremi che determinerà la caduta del feticcio, questi armerà la difesa con l’invincibile superiorità della sua divinità.

Fuor di metafora, che trovo più reale comunque di un calcio nelle pudenda, il ciclo politico di Sua Altezza Serenissima Silvio Berlusconi può arrestarsi soltanto uscendo da questo fenomeno di psicopatologia sociale. Certo, l’uomo totus politicus del III millennio è qualcosa di profondamente diverso dagli esempi che ritroviamo copiosi lungo il XX secolo, in lui l’idealità politica può restare confinata nella gabbia dorata della clinica e godere di libagioni gargantuesche (offrendo gratuitamente il suo caso umano come esperimento per futuri ricercatori), ma non è augurabile per un’intera nazione, per una popolazione che vede ormai il futuro come una minaccia.

Insomma, come si batte l’uomo catodico? La genesi di quest’uomo può darci una possibile soluzione, una possibile uscita da questo cul-de-sac. Sappiamo che il suo attivismo politico è iniziato nel 1994, in un’epoca pesantemente condizionata dal neo-comunismo. Qual è un tratto distintivo di Berlusconi? Tra gli altri, penso di non sbagliare se cito il suo anticomunismo militante. Bingo! Il livello dello scontro politico con la discesa in campo del Cavaliere schizza a livelli parossistici. Dicendo forte e chiaro che la questione comunista è ancora oggi la questione italiana, Berlusconi, politico borderline come mai nessuno, ha còlto il nesso tra la storia della nostra Repubblica e il presente. E chi ha tentato goffamente di negare che la questione esista ancora è trattato allo stesso modo del malato allo stato terminale che non riesce a pacificarsi e, perciò, preferisce negare. Pietosamente.

Ora, c’è anche da chiedersi se il Silvio nazionale sia l’inizio o la conclusione di un ciclo storico. A questa domanda la mia risposta è chiara e definitiva: la sua è una politica del tramonto, l’implosione di un sistema che ha provato diverse strade senza raggiungere un equilibrio dinamico, dall’Italia liberale giolittiana, all’Italia antifascista e anticomunista del secondo dopoguerra, al fallito compromesso storico per giungere all’autonomismo socialista degli anni ’80 che dopo aver raggiunto posizioni d’avanguardia è franato per intrinseca debolezza, ma soprattutto per oscure e invincibili forze che vedevano nel socialismo neo-turatiano un disegno eversivo: smarcare l’Italia dalle due religioni di Stato.

Come uscire da questo cul-de-sac?

Beh, si potrebbe iniziare dalla constatazione della posizione autoreferenziale dei quadri politici antagonisti – non sembri una facile acquisizione – e lasciare per selezione naturale, ma soprattutto per Realpolitik, che emergano quei tribuni del popolo in grado di elaborare soluzioni e proposte politiche volte a ottenere un ampio consenso tra gli elettori. Ci si è, invece, lasciati sedurre dalla via americana, quelle primarie che realisticamente non sono neanche lontane parenti della cultura politica statunitense. Si fa torto all’America di Obama, si fa torto alla grande tradizione europea.

In fondo l’operazione è meno complessa di ciò che appare. Si tratta di ritornare all’ordinario, la difesa del bene comune, invitando i politici ad abbandonare quel campo di battaglia che tante vittime ha già mietuto, e quasi tutte del popolo. E da chi può partire quest’invito? La risposta è banale ma efficace: dal popolo degli elettori.

E il feticcio? È l’Italia il paese che ama, un amore che incendia anche chi lo odia. Perché la ferocia del suo amore ha colmato per anni il loro altrettanto feroce vuoto politico.

Accademia Hypatia

Pubblicato su the Front Page il 12 novembre 2010

Pubblicato il 2/2/2011 alle 23.30 nella rubrica Diario.

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