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No leader, no party.

In una squadra di calcio solitamente tutti gli uomini della rosa ambiscono a un posto da titolare, ognuno di loro prima e durante la partita spera di essere decisivo, di fare goal. È la legittima aspirazione di chi vuole essere protagonista. Nel calcio, così come in qualsiasi ambito dove le qualità e le capacità del singolo vengono messe a disposizione della squadra, c’è chi può fare la differenza. In politica il protagonismo e l’ambizione, pur potendo sfociare nell’individualismo, sono caratteristiche fondamentali di un politico di razza.

Se guardiamo alla condizione in cui versa il Partito democratico ci rendiamo conto che protagonismo e ambizione soventemente vengono declinati solo per fini interni, per conquistare le leve dell’apparato, raramente per ambire ad un ruolo di leader politico per la nazione. L’inespressa aspirazione alla guida del governo e la difficoltà a essere (e il dover essere che condiziona la proposta politica) accettati dall’establishment economico e politico italiano sono forse i limiti maggiori che mostrano la debolezza della classe dirigente democratica. Problema non di oggi ma che ben presto si manifestò quando nel 1996 si trovò in Romano Prodi, un tecnico organico alla politica, l’uomo in grado di rappresentare la sintesi nello schieramento di centro-sinistra e di offrire garanzie ai diversi poteri italiani e internazionali. Stessa scena nel 2006, stesso risultato. Con il tecnico si vinse, con i politici – Rutelli nel 2001, Veltroni nel 2008 – il centro-sinistra ha perso nettamente. Subito dopo l’elezione di Bersani a segretario del Pd, lobbies politico-editoriali egemoni nel centro-sinistra italiano hanno iniziato il tam tam della necessità del papa straniero, di fatto delegittimando l’azione politica di chi da statuto e in qualità di segretario dovrebbe essere il candidato premier del Pd.

Orbene, minata l’ipotesi Bersani, che a parer di chi scrive già era debole di suo, l’unica possibilità ancora a disposizione del Pd – prima che Vendola lanci l’opa sui democratici – potrebbe essere una competizione politico-programmatica per la candidatura a premier tra Chiamparino e Letta. Quest’ultimo, eterno giovane, ma ormai non più il solo, dovrebbe dimostrare quanto vale indipendentemente dall’anagrafe e dalle parentele. Il Pd, giustamente, chiede competitività e produttività alle imprese italiane, ma in primis risulta essere poco competitivo e incapace di produrre una classe dirigente autonoma e ambiziosa.

Gli esempi condizionano negativamente i giovani dirigenti cooptati, troppo timorosi di disturbare le manovre del capo, poco inclini a mettersi in gioco con proprie idee, troppo speranzosi di entrare in lista. L’attuale classe dirigente del Pd sconta non soltanto la formazione in un partito che non ha mai potuto esprimere il presidente del Consiglio, ma soprattutto l’esser figlia del sistema dei partiti della Prima repubblica. Al tempo, così come dovrebbe accadere oggi – siamo o non siamo una repubblica parlamentare? -, i governi si facevano in Parlamento, si faceva politica.

Se la politica non torna alla normalità, ci sarà spazio soltanto per i partiti dei leader (vedi Vendola-Sel, Fini-Fli, Berlusconi-Pdl, Casini-Udc, Di Pietro-Idv) e non per leader di partito. In questo quadro il Pd non ha senso, gioca a poker con le regole della scala quaranta.

Antonio Bruno

Pubblicato su the Front Page il 16 novembre 2010

Pubblicato il 2/2/2011 alle 23.23 nella rubrica Diario.

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