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La Fiom è con Vendola, il Pd scelga il riformismo.


La manifestazione promossa dalla Fiom rappresenta una straordinaria opportunità per il Partito democratico – forse l’ultima -, stretto così com’è dalle sue mai risolte contraddizioni. Gli equilibrismi e il malcelato collateralismo prodotti dalla sua classe dirigente hanno di fatto reso ostaggi i democratici della loro incapacità di darsi un profilo politico chiaro, ambizioso e strategicamente valido.

La piazza di Roma, ricca di retorica massimalista, conferma che quella fascia di elettorato è ormai di appannaggio del narratore Vendola. La partita per il Pd è persa, rincorrere quell’elettorato non solo realizzerebbe una sovrapposizione politica debole (e perdente) per i democratici, ma marcherebbe definitivamente la vocazione all’opposizione di un partito che ambisce al governo del Paese. E’ giunto il momento di sciogliere questo nodo gordiano e forse soltanto accettando questa realtà il Pd potrebbe finalmente riuscire ad occupare lo spazio riformista – che a parere di chi scrive è ampio in Italia – di cui la politica italiana ha bisogno.

Per quanto riguarda la questione del lavoro, nell’attuale scenario politico italiano assistiamo al consolidamento di due posizioni speculari ai rispettivi campi politici. Da un lato c’è la linea “pilatesca” del governo fatta di annunci, di azioni e omissioni tendenti a esasperare le contrapposizione tra i diversi soggetti protagonisti della realtà produttiva italiana. Un non  governo basato sul “divide et impera”, i cui frutti migliori sono la disoccupazione dilagante, l’assenza di un seria politica di sviluppo e l’annullamento della classe media.

Sul fronte opposto c’è la linea sposata dalla Fiom-Cgil, sostenuta politicamente da Vendola,  strumentalmente dagli opportunisti alla Di Pietro, e in silenzio dagli “speranzosi” esponenti del Pd che non si rassegnano all’idea di non rappresentare più un determinato elettorato. Questa linea politica si caratterizza per la mistificazione della realtà, per una lettura di essa con gli occhi ideologizzati e di partito, e per un’interpretazione dei fatti strumentale al proprio disegno politico. Una linea della contingenza, che in ogni caso  si occupa del problema ma non della soluzione ad esso.

Bene, tra queste due opzioni politiche, l’Italia ha bisogno di una terza modalità di azione che potrebbe e dovrebbe essere quella promossa e sostenuta politicamente dal Pd: la linea del riformismo reale. Questa posizione per essere spiegata necessita però di una premessa.

L’Occidente sta scoprendo che aver creato intenzionalmente o aver avallato tacitamente per ragioni geo-economiche  condizioni  vantaggiose per la pruduzione a basso costo di manodopera, è come aver scientemente deciso di impostare diversamente lo sviluppo globale rinunciando di fatto alla specificità “occidente”. Quest’impostazione sta portando all’assurda conseguenza che non dovranno essere i paesi in via di sviluppo a progredire, ma i paesi sviluppati a regredire. Una ricerca dell’equilibrio al ribasso, sia sul piano dei diritti che su quello materiale. Queste sono le ragioni dell’economia, le ragioni politiche sono  fuori da questo processo. Si è voluto marginalizzare la politica quale luogo di mediazione degli interessi, confinandola ad un ruolo di arbitro senza potere di intervento.

Nel caso Italia – che non è isolato ma inserito nel contesto globale poc’anzi evidenziato – la concorrenza “sleale” dei paesi in via di sviluppo dovuta all’assenza di normative a garanzia dei lavoratori ha posto gli imprenditori dinanzi ad un bivio: sopravvivere, delocalizzando o eventualmente eludendo la tassazione nelle forme più “sicure” laddove si opti per mantenere la produzione in Italia, oppure chiudere per incapacità a concorrere con le attuali condizioni di mercato.

A questa condizione binaria il Partito democratico dovrebbe offirire una soluzione o quantomeno fare delle proposte, quali: tassazione consistente dei prodotti realizzati nei paesi dove non ci sono garanzie per i lavoratori in linea con gli standard europei (un sano protezionismo è in molti casi necessario), salario minimo europeo obbligatorio da calcolare utilizzando come benchmark i paesi dell’Eurozona, sgravi fiscali per chi non delocalizza, sburocratizzazione della P.A. e dell’attività imprenditoriale, riduzione del costo del lavoro e della pressione fiscale, ridefinizione dei contratti di lavoro previsti dalla legge 30/03 alla luce dell’uso distorto che si fa di essi.

Partecipare ma non aderire ad una manifestazione non risolve i problemi del lavoro, non serve a definire un proprio profilo politico. Manifesta invece la debolezza di un partito che non riesce a trovare il bandolo della matassa. Se questo dovrà essere il Pd è meglio a questo punto decretarne la morte. L’agonia non può più permettersela né il centro-sinistra né in generale l’Italia.

Il Pd attualmente è in un cul de sac: o elabora e applica una nuova strategia politica o continuerà a rimanere ostaggio della contingenza regalando a Vendola & co. il tema del lavoro, a Di Pietro quello della giustizia, ai Socialisti e ai Radicali quello della laicità dello Stato e al centro-destra il governo del Paese.

Antonio Bruno

Pubblicato su the Front Page il 17 ottobre 2010

Pubblicato il 2/2/2011 alle 23.16 nella rubrica Diario.

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