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CRONACA DI UNA CRISI ANNUNCIATA

In questi giorni di “normale” degrado ambientale in Campania, l’opinione pubblica nazionale e internazionale, sta difficilmente cercando di capire in che modo si sia potuto arrivare alla situazione disastrosa in cui versa l’agonizzante Regione Campania. La storia maledetta inizia negli anni ottanta, quando la punta di diamante della criminalità organizzata campana, i casalesi, ha fiutato il “puzzo” del business della monnezza, disseminando nel territorio casertano e napoletano rifiuti tossici provenienti dalle più svariate attività industriali, il tutto con la complicità di amministratori e istituzioni locali. L’attività di smaltimento è andata “bene”, e ahimè, le ultime indagini delle magistratura confermano che ad oggi è ancora una voce importante del bilancio dei clan camorristici campani. Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie al disinteressamento della politica, che si occupa del fenomeno malavitoso soltanto quando il tasso criminale raggiunge livelli di percezione così alti da non poter non intervenire. Del resto connivenze e infiltrazioni camorristiche compensano le sporadiche manifestazioni di legalità che caratterizzano l’universo politico campano e non. La diossina, i liquami tossici non sono eclatanti e rumorosi come i colpi di pistola, hanno la capacità di ammazzare senza far rumore, sono killer’s silenziosi, e rendono più della droga. Sono ormai decenni che campani e non mangiano i prodotti delle terre della morte, ma come molto spesso accade, l’economia viene anteposta alla salute dei cittadini, con il tragico risultato dell’innalzamento dei tumori. Ritornando alla cronistoria della tragedia annunciata della munnezza killer, gli anni novanta segnano il punto di non ritorno della crisi. La chiusura delle discariche comunali che per anni hanno ingoiato rifiuti di ogni tipo,  ha reso necessaria, almeno formalmente, la realizzazione di strutture idonee a lavorare e a smaltire i rifiuti, caratterizzate entrambe dalla nuova frontiere del business energetico dei combustibili da rifiuto (cdr). La giunta regionale guidata dal presidente Rastrelli decise allora di affidare la realizzazione dei suddetti impianti all’Impregilo, una garanzia di rischio, data la poca esperienza dell’azienda nel settore. E intanto i rifiuti si moltiplicano come i pani, la gente si ammala, e la realizzazione degli inceneritori procede solo sulla carta.  Di raccolta differenziata non se ne parla. Cambia il colore politico della giunta regionale, e il presidente Bassolino, in ottemperanza alla continuità amministrativa, osserva inerte il fallimento del piano di realizzazione dei termovalorizzatori. Chissà come mai quest’inerzia non si è registrata con riguardo all’utilizzo dei fondi comunitari(?).  L’opinione pubblica si indigna a pranzo o a cena guardando i telegiornali, e l’unica risposta che la politica è in grado di dare alla crisi, che ormai non può essere definita emergenza, ma semplicemente normale degrado ambientale, è l’apertura  di “nuove vecchie” discariche. In tutta questa farsa mediatica, il campano, per dirla alla Coleridge è “come uno che, per strada deserta cammina tra paura e terrore e, guardandosi indietro, prosegue e non volta mai più la testa perché sa che un orrendo demonio a breve distanza lo insegue”. Il demonio si chiama cancro da diossina, un mostro omogeneizzatore che bussa alle porte di tutti, ricchi e poveri, vittime e carnefici. Da questa triste situazione non se ne esce in una settimana o in 120 giorni (il tempo del mandato del nuovo commissario governativo), e nemmeno il De Gennaro dei tempi migliori, quelli della lotta alla mafia, può con un colpo di bacchetta magica risolvere la crisi. Cinque milioni di ecoballe giacciono sul suolo campano, e per di più non sono neanche smaltibili mediante termovalorizzazione. Tempo fa alcune di esse furono testate nel termovalorizzatore di Terni, e l’esito fu negativissimo: blocco dell’impianto dovuto alla presenza di sostanze radioattive. Nuovamente caleranno i riflettori sull’omicidio di massa campano e la morte continuerà a fare il suo corso.



Non si piange sulla propria storia, si cambia rotta”.  -Spinoza-

“Non é vero che abbiamo poco tempo: la verità é che ne perdiamo molto”. -Seneca-

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Pubblicato il 9/1/2008 alle 17.18 nella rubrica Diario.

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