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DISORDINE PUBBLICO

La morte del giovane tifoso laziale rimette in evidenza un problema che non è stato mai risolto dalla politica italiana: l’ordine pubblico. Troppo soventemente tale questione è oggetto di incomprensibili strumentalizzazioni di parte che creano solo confusione e timore nei cittadini. La mancanza della certezza della pena come deterrente alle azioni dei facinorosi, l’inadeguatezza delle forze dell’ordine nella gestione delle manifestazioni di ogni tipo, alla lunga portano inevitabilmente a conseguenze dolorose. Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi,  Filippo Raciti, Aldo Branzino,  Gabriele Sandri, hanno tutti in comune una fine drammatica, sulla quale si ha il dovere di ricercare la verità. L’incertezza è la madre di tutte le tensioni. L’episodio odierno è emblematico. I media non hanno a nostro avviso, dato modo di cogliere il cuore del problema, collegando direttamente il fatto al tema della violenza negli stadi, di certo non adeguatamente coadiuvati dalle autorità preposte, che hanno fornito una versione dei fatti superficiale e non univoca. La vicenda del povero Sandri assume una valenza autonoma e se da un lato lascia la porta aperta a scenari inquietanti, non essendo accantonata dagli stessi inquirenti l’ipotesi dell’omicidio volontario, dall’altro rappresenta un caso, piuttosto grave, di inadeguatezza della tutela di pubblica sicurezza. Tale profilo fa da sfondo a numerosi episodi (non necessariamente culminati in tragedia), nei quali tale elemento si è manifestato in via esclusiva o concorrente. Si cercherà in questa sede di analizzare brevemente tale questione , senza pretese di esaustività, da un punto di vista il più possibile organico ma attinente al solo profilo della fase repressiva. La materia dell’ordine pubblico andrebbe affrontata con maggiore distacco da parte degli organi competenti, soprattutto per quanto attiene alla ridefinizione dei compiti delle forze dell’ordine.  La necessità è a nostro avviso quella di dare una risposta al problema in termini di efficienza nell’ottica di un ripensamento della concezione di tutela dell’ ordine pubblico. Da un punto di vista strutturale l’anomalia tutta italiana rappresentata dalla presenza di tre corpi militarizzati non risponde a criteri di efficienza, così come un eccessivo numero di effettivi a fronte di retribuzioni medie del tutto inadeguate. Occorre una maggiore valorizzazione del merito sia  nell’interesse dei cittadini che di quegli agenti che svolgono il loro mestiere con coraggio, professionalità, dedizione e correttezza. A tal fine maggiore efficienza e trasparenza sono auspicabili in relazione ai criteri di selezione e preparazione degli agenti. Riguardo, invece, a quelle particolari e delicate situazioni suscettibili di sfociare in scontri di piazza, troppo spesso si rinviene una carenza di coordinamento  figlia di una metodologia di tutela dell’ordine pubblico sovente inserita in una logica di scontro. Ne sono testimonianza l’abuso nell’utilizzo dei Nuclei Antisommossa e la cattiva abitudine di taluni agenti di non rispettare i regolamenti di servizio, ad esempio quando si impugna alla rovescia un manganello Tonfa (cosa che avviene praticamente sempre). Abitudine questa che è altresì espressione di una concezione fascista dell’uso della violenza che spesso è riconducibile a condizionamenti di tipo ideologico. Episodi come quello dell’uccisione di Federico Aldrovandi (tanto per fare un esempio, ma la casistica è ricca, anche a prescindere dai fatti del G8 che sono comunque un’altra storia, anche più grave) sono assolutamente inaccettabili in uno Stato (che si professa) di diritto. I colpevoli di questi crimini rimangono spesso impuniti, sia per le carenze del nostro sistema penale – giudiziario, sia per una certa reticenza da parte delle Istituzioni e della Magistratura , sia in taluni casi , segnatamente in contesto di scontri di piazza (ma non solo), per ciò che la divisa non ne garantisce la riconoscibilità e per la frequente omertà di coloro tra i colleghi che sono in grado di riferire elementi utili. Per concludere, ritornando all’episodio dell’uccisione di Sandri, vogliamo dire che si tratta di un episodio molto grave, a prescindere dall’esistenza o meno del dolo, in relazione al quale ci auspichiamo che, differenza di altre occasioni, emergano la reale dinamica dei fatti e le reali responsabilità nella misura in cui si è sbagliato. La facilità con cui si ricorre alla pistola, è in fondo anch’essa espressione di una cultura della gestione dell’ordine che va assolutamente cambiata.

Pubblicato il 11/11/2007 alle 21.48 nella rubrica Diario.

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