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  • ANTONIO BRUNO

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" GLI UOMINI PASSANO, LE IDEE RESTANO. RESTANO LE LORO TENSIONI MORALI E CONTINUERANNO A CAMMINARE SULLE GAMBE DI ALTRI UOMINI"

"Basta ai giovani contestatori staccarsi dalla cultura, ed eccoli optare per l’azione e l’utilitarismo, rassegnarsi alla situazione in cui il sistema si ingegna ad integrarli. Questa è la radice del problema: usano contro il neocapitalismo armi che in realtà portano il suo marchio di fabbrica, e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio. Essi credono di spezzare il cerchio, e invece non fanno altro che rinsaldarlo."-
Pier Paolo Pasolini

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Il Crepuscolo degli idoli  di F. Nietzsche
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"In Sicilia, per quanto uno sia intelligente e lavoratore, non è detto che faccia carriera, non è detto neppure che ce la faccia a vivere. La Sicilia ha fatto del clientelismo una regola di vita. Difficile in questo quadro, far emergere pure e semplici capacità professionali. Quel che conta è l'amico o la conoscenza per ottenere una spintarella. E' la mafia, che esprime sempre l'esasperazione dei valori siciliani, finisce per fare apparire come un favore quello che è il diritto di ogni cittadino".
-Tratto da Cose di Cosa nostra di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani-

"Non vi è dubbio che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte su cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere. Il fascismo, voglio ripeterlo,non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e d'informazione, non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre".- Pier Paolo Pasolini

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15 febbraio 2011

Nel giardino di casa nostra

Accade che nel giardino di casa nostra si verifichino eventi politici molto importanti ma in casa si è distratti dall'ultima serie dello show televisivo più seguito dagli italiani: "Le passioni di Silvio. Vita e opere dell'uomo condannato a non governare l'Italia stando al governo".

A pochi chilometri dalle nostre coste, non così pochi da farli a nuoto ma strategicamente  importanti  per la geografia politica dell'area mediterranea, Tunisia prima ed Egitto dopo, hanno segnato una nuova strategia politica americana nel Mediterraneo. Responsabilizzare l'Islam, esportare la democrazia senza militari (propri), scrivere una nuova pagina nei rapporti geopolitici del Medio Oriente. La linea Obama all'Italia sembra interessare poco. Robetta da elitari.  I resistenti italiani vogliono sapere quante donne” papi Silvio” è in grado di soddisfare. Parli di Mubarak e il resistente parla della nipote di Mubarak. Battuta facile, il sorrisetto e l'auspicio a rimanere uniti ma senza nè leader e nè coalizione per abbattere il tiranno Berlusconi. Stucchevole.

Eppure bisognerebbe fermarsi un attimo a riflettere su quali conseguenze politiche ci saranno in Europa dopo l'investimento americano sul compromesso tra religione, diritti ed economia nell'area mediterranea. Riconoscimento politico dei fratelli musulmani e democrazia per il popolo in cambio di cosa? Non è per caso che il prezzo della democrazia in Egitto (e nella Libia chissà quando) graverà sulle spalle di un'Europa incapace di acquisire definitivamente un ruolo politico nel mare Nostrum? Vorremmo davvero credere alle rivoluzioni nate su Twitter (ogni $rivoluzione$ aumenta il suo valore di mercato - buono a sapersi -) e che mettere a riposo un ferro vecchio come Mubarak sia un'operazione da niente? Israele, Iran, Hezbollah, Hamas, Mediterraneo. Cose Turche!!!

Come al solito qualcuno in Italia ha pensato bene di suggerire il modello egiziano e tunisino per cacciare Berlusconi. E' sempre triste constatare che non ci sia limite alla stupidità umana. A me Twitter e Facebook funzionano bene, quasi quasi lancio una rivoluzione colorata, qualche filantropo potrebbe incuriosirsi…


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permalink | inviato da parteattiva il 15/2/2011 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

2 febbraio 2011

Enzo Amendola: il medico della peste

Il caos delle primarie napoletane non è stato un brutto episodio e basta. Era qualcosa di prevedibile in largo anticipo, bastava avere un po’ di buon senso e di ragionevolezza per capire che a Napoli le primarie non sarebbero state un discutibile esercizio di democrazia ma una resa dei conti. I segnali c’erano tutti, anche il più lontano osservatore delle vicende campane del Pd li avrebbe percepiti. A Napoli il Pd è in guerra, e non ci sono guerre senza morti.

Forse qualcuno ha volutamente avallato la resa dei conti, vuoi per timore di compromettere la propria carriera politica, vuoi perché probabilmente il suo potere decisionale nel Partito democratico campano è pari al rinnovamento che ha messo in campo in questi mesi. Molti avevano sperato in una svolta politica in Campania dopo aver sostenuto con convinzione l’elezione a segretario regionale del giovane Enzo Amendola.

I fatti, dalla gestione della candidatura di De Luca a presidente della Regione Campania, fino al comportamento pilatesco che ha avuto nelle primarie napoletane, hanno fatto ricredere quanti speravano in  lui. Dopo aver ottenuto un consenso molto ampio – fin troppo diremmo – alle primarie che lo elessero segretario regionale, l’unico obiettivo perseguito dal giovane segretario è stato quello di costruire l’organizzazione del partito sul territorio campano. Di politica nemmeno a parlarne. Probabilmente l’errore è stato non comprendere che nel Pd campano la polvere per troppi anni era stata messa sotto il tappeto, e non poteva essere il tempo a risolvere qualche antica questione.

Il Partito democratico campano è da sempre lacerato da forti tensioni al suo interno, tutte di natura politica. Al segretario Amendola deve piacere “il medico della peste”, il dottore che cura l’appestato con un lungo e sottile bastone di legno, avendo cura di poggiare sotto il naso delle erbe aromatiche per purificare l’aria.

C’era e c’è una grande questione politica irrisolta: portare il Pd campano fuori dalle secche del bassolinismo e dell’antibassolinismo. Superare il bassolinismo in quanto pratica di potere per il potere; accantonare l’ antibassolinismo perché non è una linea politica.

Invocare la parola d’ordine “unità” tentando di comporre una questione politica attraverso la distribuzione di deleghe (in segreteria regionale manca solo il responsabile “sole e acqua” e poi tutti i settori sono coperti) non è una strategia ragionevole. Se è vero che Veritas filia temporis, l’emersione delle frizioni politiche mai risolte non ha tardato a manifestarsi. Forse Amendola è devoto al motto cartesiano: bene vixit qui bene latuit, ma il Pd campano pare interessarsi poco alla filosofia e, nel frattempo, ha travolto lui e la sua pretesa unità. Ovvero può essere che l’amico Enzo sia poco o nulla interessato al partito democratico campano. Ci sarebbe da chiedere al segretario regionale: cui prodest?

Il mandato di Amendola aveva come obiettivo quello di definire una nuova linea politica in Campania: ripulire il partito dalle scorie radioattive generate dal potere degli ultimi 15 anni, far emergere le migliori energie al di là delle spartizioni correntizie. Al contrario, pur avendo un forte legame con Bersani (chissà se non sia questo il problema), Amendola ha creduto di poter costruire un edificio su fondamenta precarie e logorate da tempo da una guerra fratricida.

Riconoscere i limiti dell’azione politica del segretario regionale del Pd e il suo scarso potere decisionale vuol dire anche riconoscere grandi responsabilità della dirigenza nazionale. Arginare il dissenso interno con dubbie strategie politiche ha, in realtà, dilatato lo scontro politico, e oggi del partito resta solo cinigia. In fondo Amendola quasi certamente siederà in Parlamento nella prossima legislatura. Cari democratici campani, arrangiatevi!

Antonio Bruno

Pubblicato su the Front Page il 1 febbraio 2011

2 febbraio 2011

Moralmente riprovevole

Nell’Italia del diritto una nuova forma di condanna viene riservata a chi entra in contatto con il servizio giustizia: l’attesa. Aspettare che la giustizia faccia il suo corso.
Accade a chi, ritendendosi innocente, si trova a dover subire i tempi “indecenti” di un processo e giustificare all’opinione pubblica la propria posizione processuale. Sarà forse una distorsione delle garanzie costituzionali o una visione colpevolista dell’indagato/imputato, ma in Italia un avviso di garanzia o un rinvio a giudizio provocano il capovolgimento di uno dei principi fondamentali dello stato di diritto: dalla non colpevolezza alla colpevolezza fino a sentenza definitiva.
Si dirà, chi è innocente non ha alcun problema a dimostrarlo nel processo, deve avere fiducia nella magistratura. Ma non ci sono soltanto le aule giudiziarie.

Quando un processo riguarda personaggi politici, la prassi istituzionale vorrebbe che chi ricopra incarichi pubblici di natura politica debba fare un passo indietro e aspettare l’esito del giudizio. Aspettare quindi anche un’ipotetica quanto probabile sentenza della Cassazione. In media l’attesa dura non meso di 5-6 anni, ma sono frequenti i processi la cui durata supera i 10 anni. Tempi che hanno un valore diverso a seconda della professione e dell’età dell’imputato. In politica 6 anni sono un secolo, bastano e avanzano a stroncare una carriera, a far mutare il corso degli eventi, a rendere inutile un’eventuale pronuncia assolutoria al termine dell’iter processuale.

Assistiamo in questi giorni alla tempesta mediatico-politica ribattezzata Rubygate e non ci sorprendiamo minimamente che la discussione politica verta su atti processuali che ancora devono essere dibattuti in giudizio. In quelle trascrizioni delle intercettazioni non si parla di politica, ma di comportamenti privati di Berlusconi. Che tali comportamenti abbiano o meno una rilevanza penale, non spetta nè al lettore nè ai giornalisti deciderlo. Certo, un comportamento moralmente riprovevole pur non essendo penalmente rilevante lo è politicamente. Questo è il ragionamento di chi muove contestazioni politiche al Presidente del Consiglio. Ma  un’intercettazione che non attiene a responsabilità penali non deve e non può essere resa di dominio pubblico. E’ ragionevole pensare che non si istruiscano processi che indaghino sulla dubbia moralità di un individuo.

A questo punto, a me vien da porre una semplice domanda: su cosa si basano le contestazioni politiche?  Berlusconi non governa l’Italia perchè distratto dalle sue feste private? Berlusconi fa una politica eterodiretta dal Vaticano sulle questioni etiche, difende la famiglia tradizionale (a parole) ma ha una vita privata in contrasto con la morale sostenuta politicamente? Non mi sembra siano queste le contestazioni. Il fuoco di fila avversario si sta concentrando sulle intercettazioni telefoniche, soprattutto sul contenuto moralmente esecrabile.

Scopriamo così, per l’ennesima volta, che l’intercettazione – strumento di ricerca della prova – serve anche da strumento d’ informazione giornalistico-politico. Il tutto in una fase in cui il processo non è nemmeno iniziato.  Uno stravolgimento del fine dello strumento investigativo attraverso l’utilizzo di esso in un campo extraprocessuale. Di questo si tratta, ma se ciò è utile a far cadere Berlusconi, si può soprassedere su questa distorsione pericolosa. Il fine giustifica i mezzi, si dirà. Una condanna morale e politica in attesa del giudizio.
 
Bunga bunga, due, tre, dieci ragazze che danzano ai piedi del capo; cinquemila, diecimila euro, gioielli, tette e culi. Sesso e denaro, “politicamente parlando”.
Anche questa? Beato lui. Che schifo, è un malato. Queste sono le reazioni dei cittadini italiani leggendo gli aggiornamenti del Rubygate e i commenti dei politici. E’ l’immoralità del Cavaliere l’argomento politico.  Si parla del contenuto degli atti processuali più che dei reati contestati a Berlusconi. E’ del contenuto che deve rispondere all’opinione pubblica il “drago” di Arcore. Quindi, perchè meravigliarsi se Silvio Berlusconi tenta di spostare la questione dal piano processuale al piano politico? Il comportamento moralmente riprovevole non ha nulla a che fare con il processo. E’ argomento politico. Non è stato Berlusconi a spostare la questione sul piano politico, lo hanno fatto le forze politiche di opposizione che hanno chiesto le sue dimissioni da Presidente del Consiglio sulla base degli atti processuali.

Questo è un cortocircuito politico-giudiziario che rafforza la difesa del Premier. Perchè la partita si sta giocando sul piano politico oltre che su quello processuale. Sul versante giudiziario Berlusconi sa benissimo che il percorso è pieno di insidie e potrebbe riservargli anche una eventuale condanna, quindi meglio prendere tempo.Sul fronte politico invece potrebbe giocare all’attacco chiedendo una rilegittimazione forte e dirompente attraverso il voto.

E così, ancora una volta, il condannato in attesa di giudizio potrebbe riproporre agli italiani il referendum sulla propria persona. Una campagna elettorale, l’ennesima, dove non si discuterebbe nè delle riforme necessarie al Paese nè del perchè non sono state fatte pur avendo una maggioranza unica nella storia repubblicana. Qualcuno vuole davvero bene a Berlusconi al punto da avergli regalato l’alibi per portare l’Italia allo scontro finale. La politica può aspettare. Ora c’è il bunga bunga.

Antonio Bruno

Pubblicato su the Front Page il 24 gennaio 2011

2 febbraio 2011

Elezioni in primavera

Mancano ormai poche ore al voto di fiducia e risulta estremamente difficile fare previsioni su quel che accadrà dopo. Sono mesi che l’azione di governo è paralizzata da una crisi di potere più che politica. Non è la condizione economica e sociale dell’Italia a preoccupare i protagonisti di questa crisi, ma la propria collocazione futura nei posti di comando. Potere, questo si stanno contendendo Berlusconi, Fini e Casini. Una partita tutta interna al centro-destra, una contesa che lascerà morti e feriti (politicamente parlando) sul campo in nome del bene del Paese. Si dice che è da irresponsabili andare al voto in queste condizioni – c’è la crisi economica -  ma l’analisi del contesto mostra l’evidente ipocrisia di una simile affermazione. Non si governa, il Parlamento è fermo, non c’è una maggioranza né si intravedono future maggioranze politiche. Cui prodest il prolungamento dell’agonia politica? Agli italiani, che più passano i giorni e più si allontanano da questa politica indecente? Ai partiti politici, ai parlamentari, ai poteri forti?

Tutti, tranne il Pdl, chiedono il governo istituzionale. Per fare cosa? La legge elettorale. Già, le preferenze, il diritto dei cittadini a poter scegliere il proprio rappresentante, la democrazia. A questo punto dovremmo pensare che ci sia un’intesa tra le forze parlamentari sul tipo di legge elettorale da varare. E invece, tranne un tentativo di far nascere un nuovo mostro, a noi comuni mortali non è dato sapere come procede il lavoro dei saggi.

Berlusconi continua a parlare di comunisti e di traditori (anche lui dice la verità qualche volta) e per smentirlo il Pd ha nominato responsabile delle riforme istituzionali (e quindi anche per la legge elettorale) il saggio Luciano Violante, che nelle sue lezioni in giro per l’Italia orgogliosamente si definisce “un comunista democratico” (?).

Per il bene del Paese, care (in tutti i sensi) forze politiche responsabili, fate calare il sipario su questa legislatura. Andiamo a votare. Magari, se non è chiedere troppo, cari segretari di partito, dato che la legge elettorale è uno strumento, provate ad utilizzarlo bene. Meno collaboratori, parenti, amanti e amici. Più teste pensanti, potrebbero tornarvi utili ma soprattutto ne ha bisogno l’Italia.

Antonio Bruno

Pubblicato su the Front Page il 13 dicembre 2010.

2 febbraio 2011

L'Italia è il paese che ama.

Quando si discute di politica italiana è facile trovarsi di fronte persone comprese nel ruolo di guardie civiche o di bersaglieri della morale. Sfilano orgogliosi un elenco come farebbe la sposa con la sua giarrettiera, arringano impetuosamente persuasi di avere dalla loro la stessa ragione di Cicerone su Verre, esibiscono fieramente il loro disprezzo per una vita pubblica e privata votata a sfrenato edonismo e manie di grandezza. Penso che il lettore abbia còlto senza particolari affanni l’oggetto di questi rituali: il nostro presidente del Consiglio, amato da una percentuale bulgara stando ai sondaggi, odiato, dicono alcuni, dalla maggioranza degli italiani che coltivano la passione della politica. Apprendiamo dagli elettori di centrosinistra, soprattutto loro, che il rituale non è una novità: Silvio Berlusconi è odiato dal 1994, il Paperon dei Paperoni della politica italiana è assurto ormai a vero e proprio paradigma, e probabilmente prim’ancora del suo attivismo politico.

In realtà, a un’attenta riflessione non è esatto rendere partecipi di questo rituale solo i cittadini – in gran parte elettori di centrosinistra (?) -, poiché abbiamo copiosi esempi anche nella real schiatta della politica italiana. È un fenomeno affascinante, da raccontare ai posteri (ai quali non chiederò per pudore se la sentenza sarà ardua), tra i quali, c’è da giurarci, ne valuteranno l’importanza gli studiosi di psicologia sociale. Chiaramente non è il primo caso di atrofizzazione delle coscienze, né sarà l’ultimo, ma è indicativo di come un ruolo possa prendere possesso del libero arbitrio di un individuo e trasformarlo in una tessera di una superiore unità che si è data come obiettivo l’eliminazione di un feticcio. È un esperimento avvincente, perché se da un lato l’offensiva fonda la sua legittimità sulla giustificazione morale e pratica dei benefici supremi che determinerà la caduta del feticcio, questi armerà la difesa con l’invincibile superiorità della sua divinità.

Fuor di metafora, che trovo più reale comunque di un calcio nelle pudenda, il ciclo politico di Sua Altezza Serenissima Silvio Berlusconi può arrestarsi soltanto uscendo da questo fenomeno di psicopatologia sociale. Certo, l’uomo totus politicus del III millennio è qualcosa di profondamente diverso dagli esempi che ritroviamo copiosi lungo il XX secolo, in lui l’idealità politica può restare confinata nella gabbia dorata della clinica e godere di libagioni gargantuesche (offrendo gratuitamente il suo caso umano come esperimento per futuri ricercatori), ma non è augurabile per un’intera nazione, per una popolazione che vede ormai il futuro come una minaccia.

Insomma, come si batte l’uomo catodico? La genesi di quest’uomo può darci una possibile soluzione, una possibile uscita da questo cul-de-sac. Sappiamo che il suo attivismo politico è iniziato nel 1994, in un’epoca pesantemente condizionata dal neo-comunismo. Qual è un tratto distintivo di Berlusconi? Tra gli altri, penso di non sbagliare se cito il suo anticomunismo militante. Bingo! Il livello dello scontro politico con la discesa in campo del Cavaliere schizza a livelli parossistici. Dicendo forte e chiaro che la questione comunista è ancora oggi la questione italiana, Berlusconi, politico borderline come mai nessuno, ha còlto il nesso tra la storia della nostra Repubblica e il presente. E chi ha tentato goffamente di negare che la questione esista ancora è trattato allo stesso modo del malato allo stato terminale che non riesce a pacificarsi e, perciò, preferisce negare. Pietosamente.

Ora, c’è anche da chiedersi se il Silvio nazionale sia l’inizio o la conclusione di un ciclo storico. A questa domanda la mia risposta è chiara e definitiva: la sua è una politica del tramonto, l’implosione di un sistema che ha provato diverse strade senza raggiungere un equilibrio dinamico, dall’Italia liberale giolittiana, all’Italia antifascista e anticomunista del secondo dopoguerra, al fallito compromesso storico per giungere all’autonomismo socialista degli anni ’80 che dopo aver raggiunto posizioni d’avanguardia è franato per intrinseca debolezza, ma soprattutto per oscure e invincibili forze che vedevano nel socialismo neo-turatiano un disegno eversivo: smarcare l’Italia dalle due religioni di Stato.

Come uscire da questo cul-de-sac?

Beh, si potrebbe iniziare dalla constatazione della posizione autoreferenziale dei quadri politici antagonisti – non sembri una facile acquisizione – e lasciare per selezione naturale, ma soprattutto per Realpolitik, che emergano quei tribuni del popolo in grado di elaborare soluzioni e proposte politiche volte a ottenere un ampio consenso tra gli elettori. Ci si è, invece, lasciati sedurre dalla via americana, quelle primarie che realisticamente non sono neanche lontane parenti della cultura politica statunitense. Si fa torto all’America di Obama, si fa torto alla grande tradizione europea.

In fondo l’operazione è meno complessa di ciò che appare. Si tratta di ritornare all’ordinario, la difesa del bene comune, invitando i politici ad abbandonare quel campo di battaglia che tante vittime ha già mietuto, e quasi tutte del popolo. E da chi può partire quest’invito? La risposta è banale ma efficace: dal popolo degli elettori.

E il feticcio? È l’Italia il paese che ama, un amore che incendia anche chi lo odia. Perché la ferocia del suo amore ha colmato per anni il loro altrettanto feroce vuoto politico.

Accademia Hypatia

Pubblicato su the Front Page il 12 novembre 2010

2 febbraio 2011

No leader, no party.

In una squadra di calcio solitamente tutti gli uomini della rosa ambiscono a un posto da titolare, ognuno di loro prima e durante la partita spera di essere decisivo, di fare goal. È la legittima aspirazione di chi vuole essere protagonista. Nel calcio, così come in qualsiasi ambito dove le qualità e le capacità del singolo vengono messe a disposizione della squadra, c’è chi può fare la differenza. In politica il protagonismo e l’ambizione, pur potendo sfociare nell’individualismo, sono caratteristiche fondamentali di un politico di razza.

Se guardiamo alla condizione in cui versa il Partito democratico ci rendiamo conto che protagonismo e ambizione soventemente vengono declinati solo per fini interni, per conquistare le leve dell’apparato, raramente per ambire ad un ruolo di leader politico per la nazione. L’inespressa aspirazione alla guida del governo e la difficoltà a essere (e il dover essere che condiziona la proposta politica) accettati dall’establishment economico e politico italiano sono forse i limiti maggiori che mostrano la debolezza della classe dirigente democratica. Problema non di oggi ma che ben presto si manifestò quando nel 1996 si trovò in Romano Prodi, un tecnico organico alla politica, l’uomo in grado di rappresentare la sintesi nello schieramento di centro-sinistra e di offrire garanzie ai diversi poteri italiani e internazionali. Stessa scena nel 2006, stesso risultato. Con il tecnico si vinse, con i politici – Rutelli nel 2001, Veltroni nel 2008 – il centro-sinistra ha perso nettamente. Subito dopo l’elezione di Bersani a segretario del Pd, lobbies politico-editoriali egemoni nel centro-sinistra italiano hanno iniziato il tam tam della necessità del papa straniero, di fatto delegittimando l’azione politica di chi da statuto e in qualità di segretario dovrebbe essere il candidato premier del Pd.

Orbene, minata l’ipotesi Bersani, che a parer di chi scrive già era debole di suo, l’unica possibilità ancora a disposizione del Pd – prima che Vendola lanci l’opa sui democratici – potrebbe essere una competizione politico-programmatica per la candidatura a premier tra Chiamparino e Letta. Quest’ultimo, eterno giovane, ma ormai non più il solo, dovrebbe dimostrare quanto vale indipendentemente dall’anagrafe e dalle parentele. Il Pd, giustamente, chiede competitività e produttività alle imprese italiane, ma in primis risulta essere poco competitivo e incapace di produrre una classe dirigente autonoma e ambiziosa.

Gli esempi condizionano negativamente i giovani dirigenti cooptati, troppo timorosi di disturbare le manovre del capo, poco inclini a mettersi in gioco con proprie idee, troppo speranzosi di entrare in lista. L’attuale classe dirigente del Pd sconta non soltanto la formazione in un partito che non ha mai potuto esprimere il presidente del Consiglio, ma soprattutto l’esser figlia del sistema dei partiti della Prima repubblica. Al tempo, così come dovrebbe accadere oggi – siamo o non siamo una repubblica parlamentare? -, i governi si facevano in Parlamento, si faceva politica.

Se la politica non torna alla normalità, ci sarà spazio soltanto per i partiti dei leader (vedi Vendola-Sel, Fini-Fli, Berlusconi-Pdl, Casini-Udc, Di Pietro-Idv) e non per leader di partito. In questo quadro il Pd non ha senso, gioca a poker con le regole della scala quaranta.

Antonio Bruno

Pubblicato su the Front Page il 16 novembre 2010

2 febbraio 2011

La Fiom è con Vendola, il Pd scelga il riformismo.


La manifestazione promossa dalla Fiom rappresenta una straordinaria opportunità per il Partito democratico – forse l’ultima -, stretto così com’è dalle sue mai risolte contraddizioni. Gli equilibrismi e il malcelato collateralismo prodotti dalla sua classe dirigente hanno di fatto reso ostaggi i democratici della loro incapacità di darsi un profilo politico chiaro, ambizioso e strategicamente valido.

La piazza di Roma, ricca di retorica massimalista, conferma che quella fascia di elettorato è ormai di appannaggio del narratore Vendola. La partita per il Pd è persa, rincorrere quell’elettorato non solo realizzerebbe una sovrapposizione politica debole (e perdente) per i democratici, ma marcherebbe definitivamente la vocazione all’opposizione di un partito che ambisce al governo del Paese. E’ giunto il momento di sciogliere questo nodo gordiano e forse soltanto accettando questa realtà il Pd potrebbe finalmente riuscire ad occupare lo spazio riformista – che a parere di chi scrive è ampio in Italia – di cui la politica italiana ha bisogno.

Per quanto riguarda la questione del lavoro, nell’attuale scenario politico italiano assistiamo al consolidamento di due posizioni speculari ai rispettivi campi politici. Da un lato c’è la linea “pilatesca” del governo fatta di annunci, di azioni e omissioni tendenti a esasperare le contrapposizione tra i diversi soggetti protagonisti della realtà produttiva italiana. Un non  governo basato sul “divide et impera”, i cui frutti migliori sono la disoccupazione dilagante, l’assenza di un seria politica di sviluppo e l’annullamento della classe media.

Sul fronte opposto c’è la linea sposata dalla Fiom-Cgil, sostenuta politicamente da Vendola,  strumentalmente dagli opportunisti alla Di Pietro, e in silenzio dagli “speranzosi” esponenti del Pd che non si rassegnano all’idea di non rappresentare più un determinato elettorato. Questa linea politica si caratterizza per la mistificazione della realtà, per una lettura di essa con gli occhi ideologizzati e di partito, e per un’interpretazione dei fatti strumentale al proprio disegno politico. Una linea della contingenza, che in ogni caso  si occupa del problema ma non della soluzione ad esso.

Bene, tra queste due opzioni politiche, l’Italia ha bisogno di una terza modalità di azione che potrebbe e dovrebbe essere quella promossa e sostenuta politicamente dal Pd: la linea del riformismo reale. Questa posizione per essere spiegata necessita però di una premessa.

L’Occidente sta scoprendo che aver creato intenzionalmente o aver avallato tacitamente per ragioni geo-economiche  condizioni  vantaggiose per la pruduzione a basso costo di manodopera, è come aver scientemente deciso di impostare diversamente lo sviluppo globale rinunciando di fatto alla specificità “occidente”. Quest’impostazione sta portando all’assurda conseguenza che non dovranno essere i paesi in via di sviluppo a progredire, ma i paesi sviluppati a regredire. Una ricerca dell’equilibrio al ribasso, sia sul piano dei diritti che su quello materiale. Queste sono le ragioni dell’economia, le ragioni politiche sono  fuori da questo processo. Si è voluto marginalizzare la politica quale luogo di mediazione degli interessi, confinandola ad un ruolo di arbitro senza potere di intervento.

Nel caso Italia – che non è isolato ma inserito nel contesto globale poc’anzi evidenziato – la concorrenza “sleale” dei paesi in via di sviluppo dovuta all’assenza di normative a garanzia dei lavoratori ha posto gli imprenditori dinanzi ad un bivio: sopravvivere, delocalizzando o eventualmente eludendo la tassazione nelle forme più “sicure” laddove si opti per mantenere la produzione in Italia, oppure chiudere per incapacità a concorrere con le attuali condizioni di mercato.

A questa condizione binaria il Partito democratico dovrebbe offirire una soluzione o quantomeno fare delle proposte, quali: tassazione consistente dei prodotti realizzati nei paesi dove non ci sono garanzie per i lavoratori in linea con gli standard europei (un sano protezionismo è in molti casi necessario), salario minimo europeo obbligatorio da calcolare utilizzando come benchmark i paesi dell’Eurozona, sgravi fiscali per chi non delocalizza, sburocratizzazione della P.A. e dell’attività imprenditoriale, riduzione del costo del lavoro e della pressione fiscale, ridefinizione dei contratti di lavoro previsti dalla legge 30/03 alla luce dell’uso distorto che si fa di essi.

Partecipare ma non aderire ad una manifestazione non risolve i problemi del lavoro, non serve a definire un proprio profilo politico. Manifesta invece la debolezza di un partito che non riesce a trovare il bandolo della matassa. Se questo dovrà essere il Pd è meglio a questo punto decretarne la morte. L’agonia non può più permettersela né il centro-sinistra né in generale l’Italia.

Il Pd attualmente è in un cul de sac: o elabora e applica una nuova strategia politica o continuerà a rimanere ostaggio della contingenza regalando a Vendola & co. il tema del lavoro, a Di Pietro quello della giustizia, ai Socialisti e ai Radicali quello della laicità dello Stato e al centro-destra il governo del Paese.

Antonio Bruno

Pubblicato su the Front Page il 17 ottobre 2010

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