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"Basta ai giovani contestatori staccarsi dalla cultura, ed eccoli optare per l’azione e l’utilitarismo, rassegnarsi alla situazione in cui il sistema si ingegna ad integrarli. Questa è la radice del problema: usano contro il neocapitalismo armi che in realtà portano il suo marchio di fabbrica, e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio. Essi credono di spezzare il cerchio, e invece non fanno altro che rinsaldarlo."-
Pier Paolo Pasolini

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Il Crepuscolo degli idoli  di F. Nietzsche
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27 maggio 2007

LA FEDE IN SOFFITTA...

TITOLO: La Fede in soffitta

AUTORE: Fatigati

ANNO: 1963


La natura morta acquista nel Fatigati la forza evocatrice della parabola. Questa tela, certamente non memorabile, rivela comunque la sua straordinaria capacità nel raccontare il vangelo dell’esistenza quotidiana. La fede non è un contenuto dottrinale, bensì un modo di essere, di sentire, di guardare la realtà e di darle un significato.

La sua poetica figurativa dichiara più di mille tomi la sacralità del quotidiano. Come nelle parabole, la superficie grumosa non enuncia, mostra. Se l’arte, in una prospettiva eminentemente nietzscheana, è l’accadere fondamentale di ogni Ente, allora il “fare” di Fatigati è forza che crea, la forma somma della volontà di potenza. E questo vale per tutta l’opera, valentissima, del Fatigati.

Non sembrerà inutile confrontare questa tela con un’opera di Van Gogh “Bibbia aperta con candeliere e romanzo” del 1885.

Le due composizioni si riallacciano, pare evidente, alla natura morta del Seicento olandese e, in particolare, alla tradizione iconografica della vanitas. Da queste premesse giungono, tuttavia, a conclusioni affatto diverse.

Nel Van Gogh v’è una consapevolezza che apre la composizione a un potenziale sovversivo che disinnesca ogni finalità moralistica, trasformandosi in un convincente autoritratto; nel Fatigati, diversamente, la vanitas si tra-veste di una realtà quotidiana lontana nello spazio e nel tempo che ne tradisce la finalità per mostrare la raminga sacralità del quotidiano. C’è consunzione in questa tela, e questo prescinde da ogni perfezione estetica. Perché nell’arte si decide che cosa è la verità, e per Fatigati – come per i greci di Pericle - non c’è bisogno di alcuna estetica.

Il nòstos di Fatigati, il suo erratico viaggio alla ricerca di un’immagine simbolica, archetipale, prende forma nell’incanto di una pittura parca e difficile, una pittura non gestuale, fatta di neri combusti, di rossi e ocre che evocano fragranti paesaggi dell’anima.

 

                                                                                                                                                      C D C




permalink | inviato da il 27/5/2007 alle 16:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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