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Parteattiva by Antonio Bruno is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

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AUTORE

  • ANTONIO BRUNO

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" GLI UOMINI PASSANO, LE IDEE RESTANO. RESTANO LE LORO TENSIONI MORALI E CONTINUERANNO A CAMMINARE SULLE GAMBE DI ALTRI UOMINI"

"Basta ai giovani contestatori staccarsi dalla cultura, ed eccoli optare per l’azione e l’utilitarismo, rassegnarsi alla situazione in cui il sistema si ingegna ad integrarli. Questa è la radice del problema: usano contro il neocapitalismo armi che in realtà portano il suo marchio di fabbrica, e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio. Essi credono di spezzare il cerchio, e invece non fanno altro che rinsaldarlo."-
Pier Paolo Pasolini

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Il Crepuscolo degli idoli  di F. Nietzsche
L'unico e la sua proprietà di M. Stirner
Cose di Cosa nostra di Giovanni Falcone e M. Padovani
Poteri forti di Ferruccio Pinotti
La Israel lobby e la politica estera americana di J.J. Mearsheimer e Stephen M. Walt
L'Anticristo di F. Nietzsche
Fratelli d'Italia di Ferruccio Pinotti
Roghi Fatui di Adriano Petta
Le vie infinite dei rifiuti di Alessandro Iacuelli
1984 di George Orwell
Una teoria della Giustizia di John Rawls

"Combattere e vincere 100 battaglie non è prova di suprema eccellenza, la suprema bravura consiste nel piegare la resistenza del nemico senza combattere" -Sun Tsu-



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"In Sicilia, per quanto uno sia intelligente e lavoratore, non è detto che faccia carriera, non è detto neppure che ce la faccia a vivere. La Sicilia ha fatto del clientelismo una regola di vita. Difficile in questo quadro, far emergere pure e semplici capacità professionali. Quel che conta è l'amico o la conoscenza per ottenere una spintarella. E' la mafia, che esprime sempre l'esasperazione dei valori siciliani, finisce per fare apparire come un favore quello che è il diritto di ogni cittadino".
-Tratto da Cose di Cosa nostra di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani-

"Non vi è dubbio che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte su cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere. Il fascismo, voglio ripeterlo,non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e d'informazione, non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre".- Pier Paolo Pasolini

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23 marzo 2011

VISITA "la CORRENTE"



www.lacorrente.com


E’ un blog d’informazione e confronto.

Un osservatorio plurale per raccontare la complessità dell’Italia.

• Non cerchiamo salvatori della Patria da idolatrare e non abbiamo intenzione di arruolarci in nessun esercito. L’Italia è il Paese dei comuni, dei particolarismi e delle differenze; pensarli come valori è l’essenziale premessa ad un’Unità sostanziale. La Corrente nasce come contenitore di differenze.

La Corrente cerca contributi utili alla discussione. E’ indifferente l’età, non ti chiediamo che cosa fai nella vita, si entra senza tessera. Raccontaci la tua Italia.

• Crediamo che le soluzioni che ci vengono offerte dalla Politica siano una parte del problema. La Politica ha smarrito il suo ruolo all’interno della società, e sappiamo quanto sia fallimentare una democrazia in cui sia assente uno degli attributi del cittadino: i doveri. La Corrente persegue l’idea che la partecipazione attiva del cittadino sia un dovere.

• E’ necessario uscire dalla cultura dell’emergenza per rilanciare la necessaria programmazione e pianificazione degli interventi atti a risolvere i problemi del Paese. Siamo stanchi di difendere linee politiche confuse e fatte unicamente al fine di far sopravvivere l’attuale ceto politico. Tra l’omologazione al pensiero dominante e l’autonomia abbiamo scelto quest’ultima.

L’Italia è già Europa, l’Europa è già Italia.

• Siete liberi di professare la propria fede. La Corrente è un luogo per credenti e non credenti che si riconoscono nella laicità delle Istituzioni Pubbliche. Qui non esistono maggioranze o minoranze, ma persone.

Ti affascina l’idea?
Invia i tuoi contributi a redazione@lacorrente.com

15 febbraio 2011

Nel giardino di casa nostra

Accade che nel giardino di casa nostra si verifichino eventi politici molto importanti ma in casa si è distratti dall'ultima serie dello show televisivo più seguito dagli italiani: "Le passioni di Silvio. Vita e opere dell'uomo condannato a non governare l'Italia stando al governo".

A pochi chilometri dalle nostre coste, non così pochi da farli a nuoto ma strategicamente  importanti  per la geografia politica dell'area mediterranea, Tunisia prima ed Egitto dopo, hanno segnato una nuova strategia politica americana nel Mediterraneo. Responsabilizzare l'Islam, esportare la democrazia senza militari (propri), scrivere una nuova pagina nei rapporti geopolitici del Medio Oriente. La linea Obama all'Italia sembra interessare poco. Robetta da elitari.  I resistenti italiani vogliono sapere quante donne” papi Silvio” è in grado di soddisfare. Parli di Mubarak e il resistente parla della nipote di Mubarak. Battuta facile, il sorrisetto e l'auspicio a rimanere uniti ma senza nè leader e nè coalizione per abbattere il tiranno Berlusconi. Stucchevole.

Eppure bisognerebbe fermarsi un attimo a riflettere su quali conseguenze politiche ci saranno in Europa dopo l'investimento americano sul compromesso tra religione, diritti ed economia nell'area mediterranea. Riconoscimento politico dei fratelli musulmani e democrazia per il popolo in cambio di cosa? Non è per caso che il prezzo della democrazia in Egitto (e nella Libia chissà quando) graverà sulle spalle di un'Europa incapace di acquisire definitivamente un ruolo politico nel mare Nostrum? Vorremmo davvero credere alle rivoluzioni nate su Twitter (ogni $rivoluzione$ aumenta il suo valore di mercato - buono a sapersi -) e che mettere a riposo un ferro vecchio come Mubarak sia un'operazione da niente? Israele, Iran, Hezbollah, Hamas, Mediterraneo. Cose Turche!!!

Come al solito qualcuno in Italia ha pensato bene di suggerire il modello egiziano e tunisino per cacciare Berlusconi. E' sempre triste constatare che non ci sia limite alla stupidità umana. A me Twitter e Facebook funzionano bene, quasi quasi lancio una rivoluzione colorata, qualche filantropo potrebbe incuriosirsi…


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permalink | inviato da parteattiva il 15/2/2011 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

2 febbraio 2011

Enzo Amendola: il medico della peste

Il caos delle primarie napoletane non è stato un brutto episodio e basta. Era qualcosa di prevedibile in largo anticipo, bastava avere un po’ di buon senso e di ragionevolezza per capire che a Napoli le primarie non sarebbero state un discutibile esercizio di democrazia ma una resa dei conti. I segnali c’erano tutti, anche il più lontano osservatore delle vicende campane del Pd li avrebbe percepiti. A Napoli il Pd è in guerra, e non ci sono guerre senza morti.

Forse qualcuno ha volutamente avallato la resa dei conti, vuoi per timore di compromettere la propria carriera politica, vuoi perché probabilmente il suo potere decisionale nel Partito democratico campano è pari al rinnovamento che ha messo in campo in questi mesi. Molti avevano sperato in una svolta politica in Campania dopo aver sostenuto con convinzione l’elezione a segretario regionale del giovane Enzo Amendola.

I fatti, dalla gestione della candidatura di De Luca a presidente della Regione Campania, fino al comportamento pilatesco che ha avuto nelle primarie napoletane, hanno fatto ricredere quanti speravano in  lui. Dopo aver ottenuto un consenso molto ampio – fin troppo diremmo – alle primarie che lo elessero segretario regionale, l’unico obiettivo perseguito dal giovane segretario è stato quello di costruire l’organizzazione del partito sul territorio campano. Di politica nemmeno a parlarne. Probabilmente l’errore è stato non comprendere che nel Pd campano la polvere per troppi anni era stata messa sotto il tappeto, e non poteva essere il tempo a risolvere qualche antica questione.

Il Partito democratico campano è da sempre lacerato da forti tensioni al suo interno, tutte di natura politica. Al segretario Amendola deve piacere “il medico della peste”, il dottore che cura l’appestato con un lungo e sottile bastone di legno, avendo cura di poggiare sotto il naso delle erbe aromatiche per purificare l’aria.

C’era e c’è una grande questione politica irrisolta: portare il Pd campano fuori dalle secche del bassolinismo e dell’antibassolinismo. Superare il bassolinismo in quanto pratica di potere per il potere; accantonare l’ antibassolinismo perché non è una linea politica.

Invocare la parola d’ordine “unità” tentando di comporre una questione politica attraverso la distribuzione di deleghe (in segreteria regionale manca solo il responsabile “sole e acqua” e poi tutti i settori sono coperti) non è una strategia ragionevole. Se è vero che Veritas filia temporis, l’emersione delle frizioni politiche mai risolte non ha tardato a manifestarsi. Forse Amendola è devoto al motto cartesiano: bene vixit qui bene latuit, ma il Pd campano pare interessarsi poco alla filosofia e, nel frattempo, ha travolto lui e la sua pretesa unità. Ovvero può essere che l’amico Enzo sia poco o nulla interessato al partito democratico campano. Ci sarebbe da chiedere al segretario regionale: cui prodest?

Il mandato di Amendola aveva come obiettivo quello di definire una nuova linea politica in Campania: ripulire il partito dalle scorie radioattive generate dal potere degli ultimi 15 anni, far emergere le migliori energie al di là delle spartizioni correntizie. Al contrario, pur avendo un forte legame con Bersani (chissà se non sia questo il problema), Amendola ha creduto di poter costruire un edificio su fondamenta precarie e logorate da tempo da una guerra fratricida.

Riconoscere i limiti dell’azione politica del segretario regionale del Pd e il suo scarso potere decisionale vuol dire anche riconoscere grandi responsabilità della dirigenza nazionale. Arginare il dissenso interno con dubbie strategie politiche ha, in realtà, dilatato lo scontro politico, e oggi del partito resta solo cinigia. In fondo Amendola quasi certamente siederà in Parlamento nella prossima legislatura. Cari democratici campani, arrangiatevi!

Antonio Bruno

Pubblicato su the Front Page il 1 febbraio 2011

2 febbraio 2011

Moralmente riprovevole

Nell’Italia del diritto una nuova forma di condanna viene riservata a chi entra in contatto con il servizio giustizia: l’attesa. Aspettare che la giustizia faccia il suo corso.
Accade a chi, ritendendosi innocente, si trova a dover subire i tempi “indecenti” di un processo e giustificare all’opinione pubblica la propria posizione processuale. Sarà forse una distorsione delle garanzie costituzionali o una visione colpevolista dell’indagato/imputato, ma in Italia un avviso di garanzia o un rinvio a giudizio provocano il capovolgimento di uno dei principi fondamentali dello stato di diritto: dalla non colpevolezza alla colpevolezza fino a sentenza definitiva.
Si dirà, chi è innocente non ha alcun problema a dimostrarlo nel processo, deve avere fiducia nella magistratura. Ma non ci sono soltanto le aule giudiziarie.

Quando un processo riguarda personaggi politici, la prassi istituzionale vorrebbe che chi ricopra incarichi pubblici di natura politica debba fare un passo indietro e aspettare l’esito del giudizio. Aspettare quindi anche un’ipotetica quanto probabile sentenza della Cassazione. In media l’attesa dura non meso di 5-6 anni, ma sono frequenti i processi la cui durata supera i 10 anni. Tempi che hanno un valore diverso a seconda della professione e dell’età dell’imputato. In politica 6 anni sono un secolo, bastano e avanzano a stroncare una carriera, a far mutare il corso degli eventi, a rendere inutile un’eventuale pronuncia assolutoria al termine dell’iter processuale.

Assistiamo in questi giorni alla tempesta mediatico-politica ribattezzata Rubygate e non ci sorprendiamo minimamente che la discussione politica verta su atti processuali che ancora devono essere dibattuti in giudizio. In quelle trascrizioni delle intercettazioni non si parla di politica, ma di comportamenti privati di Berlusconi. Che tali comportamenti abbiano o meno una rilevanza penale, non spetta nè al lettore nè ai giornalisti deciderlo. Certo, un comportamento moralmente riprovevole pur non essendo penalmente rilevante lo è politicamente. Questo è il ragionamento di chi muove contestazioni politiche al Presidente del Consiglio. Ma  un’intercettazione che non attiene a responsabilità penali non deve e non può essere resa di dominio pubblico. E’ ragionevole pensare che non si istruiscano processi che indaghino sulla dubbia moralità di un individuo.

A questo punto, a me vien da porre una semplice domanda: su cosa si basano le contestazioni politiche?  Berlusconi non governa l’Italia perchè distratto dalle sue feste private? Berlusconi fa una politica eterodiretta dal Vaticano sulle questioni etiche, difende la famiglia tradizionale (a parole) ma ha una vita privata in contrasto con la morale sostenuta politicamente? Non mi sembra siano queste le contestazioni. Il fuoco di fila avversario si sta concentrando sulle intercettazioni telefoniche, soprattutto sul contenuto moralmente esecrabile.

Scopriamo così, per l’ennesima volta, che l’intercettazione – strumento di ricerca della prova – serve anche da strumento d’ informazione giornalistico-politico. Il tutto in una fase in cui il processo non è nemmeno iniziato.  Uno stravolgimento del fine dello strumento investigativo attraverso l’utilizzo di esso in un campo extraprocessuale. Di questo si tratta, ma se ciò è utile a far cadere Berlusconi, si può soprassedere su questa distorsione pericolosa. Il fine giustifica i mezzi, si dirà. Una condanna morale e politica in attesa del giudizio.
 
Bunga bunga, due, tre, dieci ragazze che danzano ai piedi del capo; cinquemila, diecimila euro, gioielli, tette e culi. Sesso e denaro, “politicamente parlando”.
Anche questa? Beato lui. Che schifo, è un malato. Queste sono le reazioni dei cittadini italiani leggendo gli aggiornamenti del Rubygate e i commenti dei politici. E’ l’immoralità del Cavaliere l’argomento politico.  Si parla del contenuto degli atti processuali più che dei reati contestati a Berlusconi. E’ del contenuto che deve rispondere all’opinione pubblica il “drago” di Arcore. Quindi, perchè meravigliarsi se Silvio Berlusconi tenta di spostare la questione dal piano processuale al piano politico? Il comportamento moralmente riprovevole non ha nulla a che fare con il processo. E’ argomento politico. Non è stato Berlusconi a spostare la questione sul piano politico, lo hanno fatto le forze politiche di opposizione che hanno chiesto le sue dimissioni da Presidente del Consiglio sulla base degli atti processuali.

Questo è un cortocircuito politico-giudiziario che rafforza la difesa del Premier. Perchè la partita si sta giocando sul piano politico oltre che su quello processuale. Sul versante giudiziario Berlusconi sa benissimo che il percorso è pieno di insidie e potrebbe riservargli anche una eventuale condanna, quindi meglio prendere tempo.Sul fronte politico invece potrebbe giocare all’attacco chiedendo una rilegittimazione forte e dirompente attraverso il voto.

E così, ancora una volta, il condannato in attesa di giudizio potrebbe riproporre agli italiani il referendum sulla propria persona. Una campagna elettorale, l’ennesima, dove non si discuterebbe nè delle riforme necessarie al Paese nè del perchè non sono state fatte pur avendo una maggioranza unica nella storia repubblicana. Qualcuno vuole davvero bene a Berlusconi al punto da avergli regalato l’alibi per portare l’Italia allo scontro finale. La politica può aspettare. Ora c’è il bunga bunga.

Antonio Bruno

Pubblicato su the Front Page il 24 gennaio 2011

2 febbraio 2011

Elezioni in primavera

Mancano ormai poche ore al voto di fiducia e risulta estremamente difficile fare previsioni su quel che accadrà dopo. Sono mesi che l’azione di governo è paralizzata da una crisi di potere più che politica. Non è la condizione economica e sociale dell’Italia a preoccupare i protagonisti di questa crisi, ma la propria collocazione futura nei posti di comando. Potere, questo si stanno contendendo Berlusconi, Fini e Casini. Una partita tutta interna al centro-destra, una contesa che lascerà morti e feriti (politicamente parlando) sul campo in nome del bene del Paese. Si dice che è da irresponsabili andare al voto in queste condizioni – c’è la crisi economica -  ma l’analisi del contesto mostra l’evidente ipocrisia di una simile affermazione. Non si governa, il Parlamento è fermo, non c’è una maggioranza né si intravedono future maggioranze politiche. Cui prodest il prolungamento dell’agonia politica? Agli italiani, che più passano i giorni e più si allontanano da questa politica indecente? Ai partiti politici, ai parlamentari, ai poteri forti?

Tutti, tranne il Pdl, chiedono il governo istituzionale. Per fare cosa? La legge elettorale. Già, le preferenze, il diritto dei cittadini a poter scegliere il proprio rappresentante, la democrazia. A questo punto dovremmo pensare che ci sia un’intesa tra le forze parlamentari sul tipo di legge elettorale da varare. E invece, tranne un tentativo di far nascere un nuovo mostro, a noi comuni mortali non è dato sapere come procede il lavoro dei saggi.

Berlusconi continua a parlare di comunisti e di traditori (anche lui dice la verità qualche volta) e per smentirlo il Pd ha nominato responsabile delle riforme istituzionali (e quindi anche per la legge elettorale) il saggio Luciano Violante, che nelle sue lezioni in giro per l’Italia orgogliosamente si definisce “un comunista democratico” (?).

Per il bene del Paese, care (in tutti i sensi) forze politiche responsabili, fate calare il sipario su questa legislatura. Andiamo a votare. Magari, se non è chiedere troppo, cari segretari di partito, dato che la legge elettorale è uno strumento, provate ad utilizzarlo bene. Meno collaboratori, parenti, amanti e amici. Più teste pensanti, potrebbero tornarvi utili ma soprattutto ne ha bisogno l’Italia.

Antonio Bruno

Pubblicato su the Front Page il 13 dicembre 2010.

2 febbraio 2011

L'Italia è il paese che ama.

Quando si discute di politica italiana è facile trovarsi di fronte persone comprese nel ruolo di guardie civiche o di bersaglieri della morale. Sfilano orgogliosi un elenco come farebbe la sposa con la sua giarrettiera, arringano impetuosamente persuasi di avere dalla loro la stessa ragione di Cicerone su Verre, esibiscono fieramente il loro disprezzo per una vita pubblica e privata votata a sfrenato edonismo e manie di grandezza. Penso che il lettore abbia còlto senza particolari affanni l’oggetto di questi rituali: il nostro presidente del Consiglio, amato da una percentuale bulgara stando ai sondaggi, odiato, dicono alcuni, dalla maggioranza degli italiani che coltivano la passione della politica. Apprendiamo dagli elettori di centrosinistra, soprattutto loro, che il rituale non è una novità: Silvio Berlusconi è odiato dal 1994, il Paperon dei Paperoni della politica italiana è assurto ormai a vero e proprio paradigma, e probabilmente prim’ancora del suo attivismo politico.

In realtà, a un’attenta riflessione non è esatto rendere partecipi di questo rituale solo i cittadini – in gran parte elettori di centrosinistra (?) -, poiché abbiamo copiosi esempi anche nella real schiatta della politica italiana. È un fenomeno affascinante, da raccontare ai posteri (ai quali non chiederò per pudore se la sentenza sarà ardua), tra i quali, c’è da giurarci, ne valuteranno l’importanza gli studiosi di psicologia sociale. Chiaramente non è il primo caso di atrofizzazione delle coscienze, né sarà l’ultimo, ma è indicativo di come un ruolo possa prendere possesso del libero arbitrio di un individuo e trasformarlo in una tessera di una superiore unità che si è data come obiettivo l’eliminazione di un feticcio. È un esperimento avvincente, perché se da un lato l’offensiva fonda la sua legittimità sulla giustificazione morale e pratica dei benefici supremi che determinerà la caduta del feticcio, questi armerà la difesa con l’invincibile superiorità della sua divinità.

Fuor di metafora, che trovo più reale comunque di un calcio nelle pudenda, il ciclo politico di Sua Altezza Serenissima Silvio Berlusconi può arrestarsi soltanto uscendo da questo fenomeno di psicopatologia sociale. Certo, l’uomo totus politicus del III millennio è qualcosa di profondamente diverso dagli esempi che ritroviamo copiosi lungo il XX secolo, in lui l’idealità politica può restare confinata nella gabbia dorata della clinica e godere di libagioni gargantuesche (offrendo gratuitamente il suo caso umano come esperimento per futuri ricercatori), ma non è augurabile per un’intera nazione, per una popolazione che vede ormai il futuro come una minaccia.

Insomma, come si batte l’uomo catodico? La genesi di quest’uomo può darci una possibile soluzione, una possibile uscita da questo cul-de-sac. Sappiamo che il suo attivismo politico è iniziato nel 1994, in un’epoca pesantemente condizionata dal neo-comunismo. Qual è un tratto distintivo di Berlusconi? Tra gli altri, penso di non sbagliare se cito il suo anticomunismo militante. Bingo! Il livello dello scontro politico con la discesa in campo del Cavaliere schizza a livelli parossistici. Dicendo forte e chiaro che la questione comunista è ancora oggi la questione italiana, Berlusconi, politico borderline come mai nessuno, ha còlto il nesso tra la storia della nostra Repubblica e il presente. E chi ha tentato goffamente di negare che la questione esista ancora è trattato allo stesso modo del malato allo stato terminale che non riesce a pacificarsi e, perciò, preferisce negare. Pietosamente.

Ora, c’è anche da chiedersi se il Silvio nazionale sia l’inizio o la conclusione di un ciclo storico. A questa domanda la mia risposta è chiara e definitiva: la sua è una politica del tramonto, l’implosione di un sistema che ha provato diverse strade senza raggiungere un equilibrio dinamico, dall’Italia liberale giolittiana, all’Italia antifascista e anticomunista del secondo dopoguerra, al fallito compromesso storico per giungere all’autonomismo socialista degli anni ’80 che dopo aver raggiunto posizioni d’avanguardia è franato per intrinseca debolezza, ma soprattutto per oscure e invincibili forze che vedevano nel socialismo neo-turatiano un disegno eversivo: smarcare l’Italia dalle due religioni di Stato.

Come uscire da questo cul-de-sac?

Beh, si potrebbe iniziare dalla constatazione della posizione autoreferenziale dei quadri politici antagonisti – non sembri una facile acquisizione – e lasciare per selezione naturale, ma soprattutto per Realpolitik, che emergano quei tribuni del popolo in grado di elaborare soluzioni e proposte politiche volte a ottenere un ampio consenso tra gli elettori. Ci si è, invece, lasciati sedurre dalla via americana, quelle primarie che realisticamente non sono neanche lontane parenti della cultura politica statunitense. Si fa torto all’America di Obama, si fa torto alla grande tradizione europea.

In fondo l’operazione è meno complessa di ciò che appare. Si tratta di ritornare all’ordinario, la difesa del bene comune, invitando i politici ad abbandonare quel campo di battaglia che tante vittime ha già mietuto, e quasi tutte del popolo. E da chi può partire quest’invito? La risposta è banale ma efficace: dal popolo degli elettori.

E il feticcio? È l’Italia il paese che ama, un amore che incendia anche chi lo odia. Perché la ferocia del suo amore ha colmato per anni il loro altrettanto feroce vuoto politico.

Accademia Hypatia

Pubblicato su the Front Page il 12 novembre 2010

2 febbraio 2011

No leader, no party.

In una squadra di calcio solitamente tutti gli uomini della rosa ambiscono a un posto da titolare, ognuno di loro prima e durante la partita spera di essere decisivo, di fare goal. È la legittima aspirazione di chi vuole essere protagonista. Nel calcio, così come in qualsiasi ambito dove le qualità e le capacità del singolo vengono messe a disposizione della squadra, c’è chi può fare la differenza. In politica il protagonismo e l’ambizione, pur potendo sfociare nell’individualismo, sono caratteristiche fondamentali di un politico di razza.

Se guardiamo alla condizione in cui versa il Partito democratico ci rendiamo conto che protagonismo e ambizione soventemente vengono declinati solo per fini interni, per conquistare le leve dell’apparato, raramente per ambire ad un ruolo di leader politico per la nazione. L’inespressa aspirazione alla guida del governo e la difficoltà a essere (e il dover essere che condiziona la proposta politica) accettati dall’establishment economico e politico italiano sono forse i limiti maggiori che mostrano la debolezza della classe dirigente democratica. Problema non di oggi ma che ben presto si manifestò quando nel 1996 si trovò in Romano Prodi, un tecnico organico alla politica, l’uomo in grado di rappresentare la sintesi nello schieramento di centro-sinistra e di offrire garanzie ai diversi poteri italiani e internazionali. Stessa scena nel 2006, stesso risultato. Con il tecnico si vinse, con i politici – Rutelli nel 2001, Veltroni nel 2008 – il centro-sinistra ha perso nettamente. Subito dopo l’elezione di Bersani a segretario del Pd, lobbies politico-editoriali egemoni nel centro-sinistra italiano hanno iniziato il tam tam della necessità del papa straniero, di fatto delegittimando l’azione politica di chi da statuto e in qualità di segretario dovrebbe essere il candidato premier del Pd.

Orbene, minata l’ipotesi Bersani, che a parer di chi scrive già era debole di suo, l’unica possibilità ancora a disposizione del Pd – prima che Vendola lanci l’opa sui democratici – potrebbe essere una competizione politico-programmatica per la candidatura a premier tra Chiamparino e Letta. Quest’ultimo, eterno giovane, ma ormai non più il solo, dovrebbe dimostrare quanto vale indipendentemente dall’anagrafe e dalle parentele. Il Pd, giustamente, chiede competitività e produttività alle imprese italiane, ma in primis risulta essere poco competitivo e incapace di produrre una classe dirigente autonoma e ambiziosa.

Gli esempi condizionano negativamente i giovani dirigenti cooptati, troppo timorosi di disturbare le manovre del capo, poco inclini a mettersi in gioco con proprie idee, troppo speranzosi di entrare in lista. L’attuale classe dirigente del Pd sconta non soltanto la formazione in un partito che non ha mai potuto esprimere il presidente del Consiglio, ma soprattutto l’esser figlia del sistema dei partiti della Prima repubblica. Al tempo, così come dovrebbe accadere oggi – siamo o non siamo una repubblica parlamentare? -, i governi si facevano in Parlamento, si faceva politica.

Se la politica non torna alla normalità, ci sarà spazio soltanto per i partiti dei leader (vedi Vendola-Sel, Fini-Fli, Berlusconi-Pdl, Casini-Udc, Di Pietro-Idv) e non per leader di partito. In questo quadro il Pd non ha senso, gioca a poker con le regole della scala quaranta.

Antonio Bruno

Pubblicato su the Front Page il 16 novembre 2010

2 febbraio 2011

La Fiom è con Vendola, il Pd scelga il riformismo.


La manifestazione promossa dalla Fiom rappresenta una straordinaria opportunità per il Partito democratico – forse l’ultima -, stretto così com’è dalle sue mai risolte contraddizioni. Gli equilibrismi e il malcelato collateralismo prodotti dalla sua classe dirigente hanno di fatto reso ostaggi i democratici della loro incapacità di darsi un profilo politico chiaro, ambizioso e strategicamente valido.

La piazza di Roma, ricca di retorica massimalista, conferma che quella fascia di elettorato è ormai di appannaggio del narratore Vendola. La partita per il Pd è persa, rincorrere quell’elettorato non solo realizzerebbe una sovrapposizione politica debole (e perdente) per i democratici, ma marcherebbe definitivamente la vocazione all’opposizione di un partito che ambisce al governo del Paese. E’ giunto il momento di sciogliere questo nodo gordiano e forse soltanto accettando questa realtà il Pd potrebbe finalmente riuscire ad occupare lo spazio riformista – che a parere di chi scrive è ampio in Italia – di cui la politica italiana ha bisogno.

Per quanto riguarda la questione del lavoro, nell’attuale scenario politico italiano assistiamo al consolidamento di due posizioni speculari ai rispettivi campi politici. Da un lato c’è la linea “pilatesca” del governo fatta di annunci, di azioni e omissioni tendenti a esasperare le contrapposizione tra i diversi soggetti protagonisti della realtà produttiva italiana. Un non  governo basato sul “divide et impera”, i cui frutti migliori sono la disoccupazione dilagante, l’assenza di un seria politica di sviluppo e l’annullamento della classe media.

Sul fronte opposto c’è la linea sposata dalla Fiom-Cgil, sostenuta politicamente da Vendola,  strumentalmente dagli opportunisti alla Di Pietro, e in silenzio dagli “speranzosi” esponenti del Pd che non si rassegnano all’idea di non rappresentare più un determinato elettorato. Questa linea politica si caratterizza per la mistificazione della realtà, per una lettura di essa con gli occhi ideologizzati e di partito, e per un’interpretazione dei fatti strumentale al proprio disegno politico. Una linea della contingenza, che in ogni caso  si occupa del problema ma non della soluzione ad esso.

Bene, tra queste due opzioni politiche, l’Italia ha bisogno di una terza modalità di azione che potrebbe e dovrebbe essere quella promossa e sostenuta politicamente dal Pd: la linea del riformismo reale. Questa posizione per essere spiegata necessita però di una premessa.

L’Occidente sta scoprendo che aver creato intenzionalmente o aver avallato tacitamente per ragioni geo-economiche  condizioni  vantaggiose per la pruduzione a basso costo di manodopera, è come aver scientemente deciso di impostare diversamente lo sviluppo globale rinunciando di fatto alla specificità “occidente”. Quest’impostazione sta portando all’assurda conseguenza che non dovranno essere i paesi in via di sviluppo a progredire, ma i paesi sviluppati a regredire. Una ricerca dell’equilibrio al ribasso, sia sul piano dei diritti che su quello materiale. Queste sono le ragioni dell’economia, le ragioni politiche sono  fuori da questo processo. Si è voluto marginalizzare la politica quale luogo di mediazione degli interessi, confinandola ad un ruolo di arbitro senza potere di intervento.

Nel caso Italia – che non è isolato ma inserito nel contesto globale poc’anzi evidenziato – la concorrenza “sleale” dei paesi in via di sviluppo dovuta all’assenza di normative a garanzia dei lavoratori ha posto gli imprenditori dinanzi ad un bivio: sopravvivere, delocalizzando o eventualmente eludendo la tassazione nelle forme più “sicure” laddove si opti per mantenere la produzione in Italia, oppure chiudere per incapacità a concorrere con le attuali condizioni di mercato.

A questa condizione binaria il Partito democratico dovrebbe offirire una soluzione o quantomeno fare delle proposte, quali: tassazione consistente dei prodotti realizzati nei paesi dove non ci sono garanzie per i lavoratori in linea con gli standard europei (un sano protezionismo è in molti casi necessario), salario minimo europeo obbligatorio da calcolare utilizzando come benchmark i paesi dell’Eurozona, sgravi fiscali per chi non delocalizza, sburocratizzazione della P.A. e dell’attività imprenditoriale, riduzione del costo del lavoro e della pressione fiscale, ridefinizione dei contratti di lavoro previsti dalla legge 30/03 alla luce dell’uso distorto che si fa di essi.

Partecipare ma non aderire ad una manifestazione non risolve i problemi del lavoro, non serve a definire un proprio profilo politico. Manifesta invece la debolezza di un partito che non riesce a trovare il bandolo della matassa. Se questo dovrà essere il Pd è meglio a questo punto decretarne la morte. L’agonia non può più permettersela né il centro-sinistra né in generale l’Italia.

Il Pd attualmente è in un cul de sac: o elabora e applica una nuova strategia politica o continuerà a rimanere ostaggio della contingenza regalando a Vendola & co. il tema del lavoro, a Di Pietro quello della giustizia, ai Socialisti e ai Radicali quello della laicità dello Stato e al centro-destra il governo del Paese.

Antonio Bruno

Pubblicato su the Front Page il 17 ottobre 2010

15 agosto 2010

Congresso Provinciale GD Salerno

Il mio intervento al Congresso Provinciale dei Giovani Democratici di Salerno.

Legge elettorale, fisco e giustizia.

20 giugno 2010



19 aprile 2010

Partito Democratico: tra forma e sostanza

Negli ultimi mesi dirigenti e rappresentanti del Partito democratico hanno discusso di congresso, partito “leggero” o “pesante”, candidature, primarie, elezioni. Tra formule organizzative e interpretazioni varie dell’avanzata della Lega e di Berlusconi (guai a chiamarla sconfitta del Pd), la Politica tra i democratici stenta ad affermarsi come momento prioritario. Da più parti è stato auspicato un confronto su temi come il profilo politico del Pd, l’offerta politica – intesa come capacità di astrarsi dalla dinamica berlusconiana per proporre soluzioni per il Paese durature e non contingenti -, la ridefinizione dei confini politici del partito attraverso contenuti politici e programmatici.

Solo buoni propositi, ma nella realtà si preferisce parlare del contenitore e non dei contenuti. Individuare le priorità per l’Italia, elaborare in maniera chiara proposte e modalità di realizzazione delle stesse, potrebbe portare ad una selezione naturale degli alleati, evitando fraintendimenti, rotture mediatiche e cartelli elettorali. Governabilità: è da questo punto che bisogna partire per ricostruire un normale quadro politico, aperto al protagonismo anche di altre forze che condividono lo spirito della “democrazia governante”. Bisogna uscire dalla precarietà e dall’incertezza dell’attuale situazione politica, e ciò serve al Pd e all’Italia.

Stritolato dalla sua tendenza conservatrice, il Pd vive un momento difficile. Sperare nell’implosione del Pdl, quasi rassegnati ai limiti della propria azione politica, è sintomo di una crisi di idee e di strategia politica più profonda della superficiale litigiosità che fino ad oggi ha caratterizzato i democratici. I metodi e le scelte politiche fatte negli ultimi 15 anni non suscitano più interesse nei cittadini, hanno esaurito il loro potenziale. Era prevedibile, prima o poi i nodi vengono al pettine.

Nell’ultimo decennio in Italia ci sono state trasformazioni sociali e culturali che, di fatto, hanno reso inadeguata la strategia politica messa in atto dal Pd. Le pratiche di pura gestione del potere non garantiscono più risultati elettorali e politici. Il voto è divenuto sempre più mobile, soggetto ai condizionamenti sensazionalistici e mediatici. Nella dinamica berlusconiana l’ideologia ha ceduto il passo al “fare/apparire”, la programmazione politica è stata sostituita dai sondaggi.

Purtroppo anche il Pd è andato a ruota, avallando di fatto una concezione della politica fondata sulla prassi e sul leaderismo. Non c’è futuro per un partito senza un quadro teorico di riferimento, a meno che la tentazione plebiscitaria, presente nel Pd, non faccia da pendant al deserto ideologico. Un simile percorso sarebbe davvero autolesionista. Così come lo è stato allearsi con Antonio Di Pietro, “attore protagonista” della strategia berlusconiana basata sulla polarizzazione dello scontro. Stucchevole è stata la querelle sull’autosufficienza o meno del Pd. Sarebbe il caso di parlare dell’autosufficienza o meno della dirigenza a delineare percorsi politici di ampio respiro.

Bisogna rimettere in moto l’elaborazione politica e culturale con una competizione sui contenuti e non sulle tessere (reali?), per vincere le elezioni e non solo i congressi. Correnti di pensiero, e non eserciti per faide tra leaders. Né la selezione della classe dirigente basata sull’anagrafe né il rinnovamento autopoietico consentiranno al Pd di superare la crisi attuale. Credo che sia necessario individuare la sostanza del partito e rimettere eventualmente in discussione – se necessario – il progetto democratico, per ridefinire il quadro politico del centrosinistra, recuperando la tradizione riformista. Altrimenti il Pd continuerà ad essere minoranza nel Paese.

Articolo pubblicato su FrontPage


                                                                                                                            Antonio Bruno

2 marzo 2010

Circolo Giovani Democratici "B. Craxi"- Vallo della Lucania

Il giorno 1 marzo 2010 presso la sede del Partito Democratico di Vallo della Lucania è stato costituito il circolo dei Giovani Democratici “B. Craxi” di Vallo della Lucania. Nella prima fase di tesseramento si è registrata l’adesione di 20 giovani di età inferiore ai 29 anni. Animati da spirito propositivo, i Giovani Democratici di Vallo della Lucania metteranno a disposizione della propria comunità il loro impegno e la loro passione, fiduciosi di poter contribuire alla crescita politica e sociale del Comprensorio Vallese. Convinti che la partecipazione e la responsabilizzazione della generazione under 30 possa ridurre la diffidenza verso la Politica, i giovani democratici del circolo “B. Craxi” di Vallo della Lucania, si auspicano una partecipazione sempre più numerosa.

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Circolo Giovani Democratici "B. Craxi" - Vallo della Lucania
Facebook: Giovani Democratici Vallo


22 ottobre 2009

Consiglio Comunale di Vallo della Lucania

Seduta del Consiglio Comunale di Vallo della Lucania del 19-10-2009. La ripresa audiovisiva è un'iniziativa del Partito Democratico di Vallo della Lucania.



Antonio Bruno: Responsabile Comunicazione PD Vallo della Lucania

15 ottobre 2009

Idee Giovani per Bersani - Il mio intervento

Assemblea pubblica della rete Idee Giovani per Bersani con ENZO AMENDOLA (candidato segreteria regionale PD Campania per la mozione Bersani) e l'On. LIVIA TURCO.

Il mio intervento:

15 ottobre 2009

La Sinistra in crisi d'identità, la destra avanza.

E’ un pò di tempo ormai che un’associazione che si richiama all’”estremocentroalto” e con un preciso obiettivo di radicamento sociale e territoriale riempie le pagine dei giornali e risveglia nei giovani della sinistra un sentimento di indefinito antifascismo. Sto parlando di Casapound, ultimo movimento, ma non per importanza, che si sta sviluppando nella galassia della destra italiana. Guai a chiamarli fascisti senza specificare la loro collocazione temporale: il terzo millennio! Fin qui, nulla di nuovo nel panorama italiano delle categorie politiche: rossi, neri, comunisti, fascisti. Categorie di cui potremmo farne tranquillamente a meno.
Desta invece irritazione (nei nostri ambienti di centrosinistra) la volontà di Casapound di “appropriarsi” di certi ambiti politici considerati fino ad oggi di esclusivo appannaggio della sinistra, per tradizione, per cultura, o chissà, magari per diritto ereditario.
Il sociale, un ambito politico in cui c’è stata e c’è un’egemonia da parte delle forze di centrosinistra, è diventato in questo periodo il campo di battaglia dei movimenti di destra.
A Roma mentre Veltroni organizzava il Festival del Cinema, la destra faceva proselitismo nei quartieri popolari. Alemanno Sindaco.
Nelle Università mentre i giovani di “sinistra” si avvitavano in inutili discussioni sul ’68 o sul G8, piuttosto che occuparsi dei problemi che vivono gli universitari, Azione Giovani conquistava lentamente la maggioranza in numerosi consigli di facoltà.
Al nord mentre i sindacati si preoccupavano di scalini e scaloni pensionistici, la Lega attirava il consenso degli operai.
Oggi a Napoli assistiamo quasi stupiti all’occupazione da parte di giovani attivisti di Casapound di uno stabile di proprietà del Comune. Da “Sinistra” proteste, cortei, pubblicità gratuita a Casapound, manifestazioni e inni all’antifascismo militante. Non una parola sul perché quello stabile si trovi in quelle condizioni. Non una parola sul perché da anni la sinistra non fa più la sinistra. Non una parola sulla qualità della vita a Napoli, in Campania.
La cultura del nemico, dell’antagonismo per categorie, contestata (giustamente) a Berlusconi, sta prendendo quota tra i giovani di sinistra, legittimando implicitamente movimenti come Casapound.
Al di là dei gravi e nostalgici richiami al fascismo che viziano qualsiasi forma di confronto politico con Casapound – perdonatemi ma sono un volteriano alla Pertini – sarebbe opportuno entrare nel merito delle proposte che vengono da quest’associazione. Il mutuo sociale, il part-time retribuito per intero alle giovani madri, gli alloggi sociali. Proposte che, da militante del centrosinistra, valuterei senza alcun pregiudizio. Sull’omofobia, il razzismo, che seppur non esplicitamente promossi dall’associazione, si respirano nell’aria “nera”, nessuno sconto da parte nostra.
In virtù di queste considerazioni ritengo il percorso del centrosinistra segnato: o riscopre le proprie radici, tornando a fare il sindacato del territorio, non con sterili proteste bensì con la politica, o è condannato a perdere nei luoghi che gli appartengo per cultura e tradizione. Non si può campare di rendita. E quando Bersani sostiene che il dato preoccupante è il consenso di Berlusconi tra il popolo, altro non dice, a mio parere, che bisogna tornare tra la gente, seriamente. Riscoprire il sociale è l’unico modo per recuperare quella credibilità persa in questi anni. In poche parole, TORNIAMO A FARE POLITICA.

30-09-2009

21 giugno 2009

ReD Vallo della Lucania - Sapri - Golfo di Policastro: analisi del voto e prospettive politiche.

Non è mai superfluo, dopo una tornata elettorale, interrogarsi sulle ragioni che hanno determinato il prevalere di una proposta politica sull’altra. Inutile dire che tra i diversi contendenti l’analisi è sempre coartata in funzione della propria strategia, determinando un’analisi strumentale che non alimenta le dinamiche politiche. E’ la teoria dei due forni, si sceglie quello che garantisce un pane migliore. Tutti vincitori, nessun vinto.

Noi rifiutiamo questa logica, perché ReD nasce come associazione di donne e uomini che amano la politica e che vogliono farla incontrare con tante persone;

perché ReD vuole costruire tante “piazze delle idee”;

perché ReD non si sottrae alla vocazione che gli è propria, quella di osservatorio politico.

Sentiamo di essere un’opportunità per il Partito Democratico, laboratorio di un riformismo forte e moderno capace di governare il terzo millennio, punto d’incontro delle culture liberal-socialista e cattolico-sociale.

C’è una verità nuda e cruda che questa campagna elettorale ha evidenziato: la scarsa propensione a rendere partecipi i cittadini di un progetto comune.

Gossip, dietrologia, esercizio verbale fine a sé stesso hanno trovato uno spazio smisurato, costringendo le idee al di fuori del perimetro socio-politico. 

La politica si è resa evanescente come un paese che ha condizioni competitive non può consentire. Deve allarmare la costante regressione che interessa quei luoghi e quei modi che un tempo alimentavano l’analisi interpretativa sui processi sociali, economici e politici. I mass media, in tal senso, restituiscono la sintesi compiuta di quanto sia diventata residuale l’idea dialettica del “dibattito”.

Malgrado tutto, nonostante la crisi in atto, siamo persuasi che questo vuoto dialettico finirà per riprodurre anche in Italia un insopprimibile bisogno di politica. Di più, finirà per riprodurre attorno alle ragioni della crisi la dialettica abituale tra conservatori e progressisti. Tra chi scommette sul cambiamento necessario e chi resiste al cambiamento. La storia ci aiuta a dire che la politica seria può tornare di moda. Noi di ReD crediamo fermamente in un nuovo rinascimento della politica, ed è per questo che invitiamo tutti a tenere seriamente aperti quei luoghi residuali di analisi e di aprirne altri per tenere viva l’attenzione su processi che noi giudichiamo reversibili, per prepararsi alle conseguenze che la crisi può generare sullo scenario ora asfittico della politica italiana.

Cari cilentani, questo vale a maggior ragione per il nostro territorio.

C’è l’urgenza di una nuova stagione che stimoli i cilentani a riappropriarsi degli spazi politici, a praticare quella “politica identitaria” mai concretamente perseguita. Non ci sembra che i nostri rappresentanti abbiano curato quest’aspetto, irretiti come sempre in quelle dinamiche ancillari che mal sopportano la centralità dell’identitarismo cilentano nel dibattito politico. Eppure abbiamo notato nei comuni cilentani una buona propensione a rendersi attori di un progetto di crescita e sviluppo del territorio, e ciò interessa giovani e meno giovani. C’è dunque, reale, uno scollamento tra la classe dirigente e il cittadino, una sospensione tra chi “amministra” il territorio e chi “vive” il territorio.

Personalismi e campanilismi soffocano le nostre comunità, ma non sono i cittadini a sponsorizzare queste pratiche autolesioniste. A qualcuno interessa farlo credere, ma noi siamo qui per smentirli.

Troppo spesso una parte della società italiana è pronta a barattare la passione politica per un posto di lavoro "sospeso" che, in un mercato lavorativo concorrenziale, non spetterebbe a chi l’ha prenotato. La raccomandazione non è soltanto una degenerazione della pratica di governo, ma un'aspirazione che interessa non pochi strati della popolazione civile.

Noi “Riformisti e Democratici”  invitiamo i cilentani ad alzare un’unica voce contro chi ci vuole più deboli. E’ questa l’unica strada praticabile per reggere il confronto con realtà che ci sovrastano politicamente, economicamente ed elettoralmente.

Ci si lamenta del “napolicentrismo” ma troppo spesso si dà fiducia a chi fonda la sua politica sul dividere più che sul ricercare le ragioni della solidarietà: è l’idea di chi asseconda solo il proprio successo e la propria voglia di potere.

Noi di ReD invitiamo i cittadini cilentani a sfiduciare chi allontana la sua azione politica dal recupero di una necessaria coesione tra le nostre comunità, chi non mostra alcun interesse su una politica territoriale solidale. E’ il momento di ritornare alla politica attiva, di annullare la distanza tra politica e cittadini, in Italia come nel Cilento.

Il passo successivo toccherà al riformismo.

Siamo convinti che occorra recuperare l’alleanza riformista tra merito e bisogno, nel momento in cui sono molto più agguerrite le fortezze presidiate dai difensori dello status quo. La trasformazione del presente è il punto conclusivo di un percorso che si può realizzare solo con la partecipazione, con le idee, con la dialettica e la condivisione di un progetto comune.

I “Riformisti e Democratici” di Vallo della Lucania e del Golfo di Policastro non si sottrarranno al gravoso impegno: raccogliere tutte le energie sociali, intellettuali e politiche disposte a misurarsi con la sfida del cambiamento, per costruire una comunità di cittadini libera, forte, ambiziosa e coesa.

 

 

 

 

      CRISTIANO DE CESARE                                                                          SABATO VINCI

      ANTONIO BRUNO

(ReD Vallo della Lucania                                                                                 (ReD Sapri-Golfo di Policastro

 red_vallodellalucaniahotmail.it)                                                                     redcarnation@hotmail.it)

12 aprile 2009

UN'IDEA RIFORMISTA PER LO SVILUPPO DEL CILENTO

16 gennaio 2009

CILENTO, E' ORA DI RIFLETTERE

La vicenda dell’A.s.l. Sa 3 conferma l’opinione che mi sono fatto della politica cilentana nel corso di questi anni:  naviga a vista senza una meta.

Inevitabilmente e,  ahimè, improduttivamente,  ogni discussione politica seria, al di là dell’oggetto di essa, finisce per essere un momento di sterile contrapposizione verbale sull’uomo e non sull’idea o l’azione.

Sarà forse dovuto all’inesperienza politica, intesa come assenza di una scuola di formazione politica, o a una precisa volontà della classe dirigente autoreferenziale, che il Cilento, ad oggi, non ha una prospettiva politica. Il guardare oltre alle questioni  interne dei “partiti”, l’ambizione a recitare un ruolo da protagonista, la volontà di differenziarsi dalla malapolitica campana e in generale italiana. Tutti questi elementi dovrebbero ispirare l’azione politica cilentana e, invece, apriamo gli occhi e vediamo solo puerili divisioni campanilistiche, l’affermarsi dell’idea della politica come interesse per fini personali, baronie,  e malessere.

Si, il malessere  che si respira nell’aria, l’insoddisfazione per la mancanza di vitalità, il venir meno giorno dopo giorno della speranza di un cambiamento possibile; questi sono sintomi di una  crisi che è molto più complessa e più pericolosa rispetto alle altre crisi, vere o presunte. Credo che la politica non sappia dare le giuste risposte a questo malessere. Non perché non è in grado (e lo dico per presunzione di non colpevolezza…), ma perché non ci prova. Forse il problema non è l’assenza di risposte adeguate, ma l’incapacità di porsi le domande. Ad esempio: cosa serve più ai cilentani, avere l’A.s.l. Sa 3 o avere un servizio sanitario di qualità?

La politica per me “europeo” dovrebbe essere soprattutto paideia, esempio, guida, non soltanto ricerca ossessiva del consenso. Gli americani lentamente tendono ad europeizzarsi mentre noi lentamente ci avviciniamo alla politica – marketing americana!!! Questioni di convenienza…

Quanto al cittadino, dovrebbe mettersi in guardia dai c.d. effetti di assimilazione, che si verificano ogniqualvolta egli percepisce le opinioni espresse nel messaggio politico come più prossime alle sue di quanto non lo sono nella realtà. Ciò è dovuto soprattutto allo scarso interesse del cittadino medio nei confronti della res publica e, all’inconsapevolezza del ruolo che invece può recitare nella società.  E’ più facile delegare. Questione di convenienza(?)…

Per quanto riguarda invece una pessima tendenza che si sta affermando anche nel nostro Cilento, ossia la legittimazione popolare come sanatoria di ogni male, ritengo che essa non può e non deve essere un alibi per i politici  inclini a portare avanti i loro interessi personali a discapito dell’interesse generale.

Sull’acquisizione del consenso si dovrebbe aprire una seria riflessione.  Per quanto tempo ancora si potrà andare avanti con la logica del do ut des? Cari amici cilentani sono anni ormai che stiamo dando senza ottenere nulla, anzi stiamo perdendo, non l’A.s.l, o qualche altro centro di potere, ma le risorse umane, le migliori menti. Guardatevi intorno, siamo sempre di meno, una decrescita demografica costante, comuni che in disprezzo del buon senso difendono campanilisticamente il loro “diritto a morire” pur di non unirsi e fare sistema. Parafrasando il titolo di un film e di un romanzo  di successo “No country for old man”, tristemente mi vien da dire: “Cilento – No country for young man”.

Ritornando alla paventata ipotesi di soppressione dell’A.s.l. Sa 3, sarebbe stato molto più facile per me presentare la vicenda offrendo al lettore soltanto gli argomenti a sostegno della posizione prevalente nel Cilento, ossia la ritorsione politica, l’ingiustificata avidità salernitana.

Invece ho tentato di porre all’attenzione del lettore entrambi i lati della vicenda: la ritorsione politica e la cattiva gestione (a  mio avviso) non tanto economica ma politica dell’A.s.l Sa 3.

Discutiamo nel merito della questione, proponiamo soluzioni possibili. Ve ne sarete resi conto tutti della debolezza dei politici nel Cilento, sono in difficoltà e cercano aiuto e consenso. Che vigliaccheria, quando le cose vanno apparentemente bene fanno a meno di chiedere la partecipazione dei cittadini, quando invece non sono in grado di risolvere i problemi tentano di usarci come pedine del loro scacchiere.

Prossimamente riporterò, se autorizzato, alcune riflessioni sull’A.s.l. Sa 3 che mi sono state inviate.

6 gennaio 2009

ASL SA 3: AI "PAZIENTI" L'ULTIMA PAROLA

Riporto di seguito i video dell’Assemblea Cittadina che si è tenuta a Vallo della Lucania il 3 gennaio 2009 dal tema: “Salviamo la sanità e l’autonomia del Cilento e Vallo di Diano”. Come molti di voi già sapranno la Regione Campania ha varato il piano di rientro dal disavanzo sanitario al fine di evitare il commissariamento della sanità campana da parte del Governo. Essendo una semplice presentazione mi limiterò a cartografare cursoriamente la questione. Il piano prevede una razionalizzazione della spesa che si traduce in tagli di posti letto e in una (probabile) diminuzione delle A.S.L. presenti  sul territorio regionale; la provincia di Salerno sembrerebbe ricevere il peggior trattamento tenuto conto che la diminuzione dovrebbe colpire due delle tre A.s.l. che gravitano nella provincia salernitana. Come dire, la coperta è troppo corta, da una parte bisogna tagliare. Volendo sorvolare sul fatto che soltanto la minaccia del commissariamento ha condotto la giunta campana a intaccare selettivamente i serbatoi elettorali dei vari dominus della regione e a porre un freno allo sperpero di denaro pubblico, la scelta di assegnare una sola A.S.L per provincia ha risvegliato nei cittadini campani, o meglio a una parte di essi, quell’interesse al servizio sanitario che per molti anni è stato latitante. Ma come stanno realmente le cose in merito all’A.s.l. Sa 3? Il think tank cilentano lamenta una grave perdita per il territorio, non si fida della gestione salernitana, teme una penalizzazione del territorio meno influente politicamente (il Cilento) a vantaggio di Salerno e hinterland. Soltanto qualche timido accenno all’utente, ossia al cittadino. Mistero.
Le cariche dirigenziali in questa tormentata vicenda sembrano contare più della qualità del servizio reso ai cittadini. Spaventa l’ipotesi dell’A.s.l. unica, ma si tace sulla gestione clientelare  della sanità posta in essere in questi anni. Un silenzio in realtà assordante, tant’è che lo scrivente legge nella nuova posizione del consiglio regionale e, di conseguenza, del Pd campano la volontà politica di ridefinire ruoli e posizioni. Nessuna censura sulla malasanità, oggi in Campania è in atto una faida politica e, more solito, a pagare saremo noi cittadini.
Dunque, una faida interessa l’area del Partito Democratico, partito che oggi gestisce l’A.s.l Sa 3, partito rappresentato in questo territorio dal vice-presidente della giunta regionale Antonio Valiante.
Un nuovo martire per il Cilento? O, piuttosto, l’incapacità cronica dei cilentani a leggere una realtà ben più complessa?
Ai “Pazienti” l’ultima parola...



I VIDEO DELL'ASSEMBLEA CITTADINA

18 novembre 2008

COLLETTI SPORCHI di PINOTTI E TESCAROLI

Il white collar crime è un reato inafferrabile, eppure molto pericoloso per la democrazia perchè corrompe il tessuto dei nostri rapporti sociali, dell’economia e del lavoro. Per smontarne i meccanismi, Pinotti e Tescaroli attraversano la storia più oscura del nostro Paese, raccontandone le vicende e interogando la memoria dei protagonisti. In questa intensa ricostruzione, le voci di grandi magistrati, tra cui Caselli, Ingroia, Di Matteo, Petralia, Gratteri, si intrecciano alle parole dei collaboratori di giustizia, da Buscetta a Brusca a Cancemi. Alle riflessioni dell’economista Loretta Napoleoni fanno da contrappunto il pensiero del banchiere Giovanni Bazoli, e del direttore di “Foreign Policy” Moisés Naìm. Il quadro che ne emerge è inquietante: è nella zona grigia il vero terreno della lotta per la legalità.








16 novembre 2008

CARNEVALE - DELL'UTRI, CHE STRANA COINCIDENZA...

Chi lo avrebbe mai detto che sarebbe bastato un lodo per risolvere i problemi della giustizia in Italia? Da quando è finita la persecuzione giudiziaria dell’integerrimo sostenitore della legalità e dell’eguaglianza giuridica degli italiani, il suo portaborse preferito è impegnato a svecchiare la macchina giudiziaria. Il ventenne Berlusconi non vuole essere ricordato come un gerontocrate!!!

La Corte di Cassazione  doveva essere di esempio in questo progetto di ringiovanimento, per questo l’illuminato Alfano ha deciso che chi, se non un giovane giudice come Corrado Carnevale dovesse essere l’interprete di questo nuovo corso. Alla giovane età di 80 anni (il limite in magistratura è di 75 anni)  , grazie ad un decreto ad personam  n.143/2008 lo sbarbatello Carnevale potrà concorrere alla carica di presidente della Corte di Cassazione, è in virtù della sua tenera età sbaraglierà tutti i suoi concorrenti. Del resto c’è gente che con il principio di anzianità ha una certa familiarità.

Quindi sappiamo in anticipo che, salute permettendo, dal 2010 con ogni probabilità la Corte di Cassazione sarà presieduta dal giovane Carnevale. Ma chi è questo giovanotto? Mah..uno “sconosciuto” giudice di “periferia” che è stato perseguitato soltanto per aver cassato (in cassazione) sentenze che riguardavano processi di bassa importanza. Che sarà la Mafia, la Banda della Magliana….suvvia in Italia ci sono problemi più importanti. E poi nel 2008 ancora si parla di certe cose, lo volete capire una volta per tutte che la Mafia non esiste.  Purtroppo in Italia abbiamo questa pessima abitudine di autodenigrarci. Piuttosto parliamo delle “risorse” del nostro paese, che ne so la Fininvest….

Lasciamo alla storia, o a quello che ne rimarrà, le vicende giudiziarie di Corrado Carnevale. Mi preoccupa l’idea che un giudice così “chiacchierato” probabilmente sarà il Presidente della Corte di Cassazione dal 2010 fino al 2013.

Guarda caso, per una “banale coincidenza” presumibilmente nell’arco temporale della probabile presidenza Carnevale, in Cassazione arriverà il processo per concorso esterno in associazione mafiosa a Marcello Dell’Utri, noto pregiudicato parlamentare nonché braccio destro del ventenne (il ventennio di questo passo sarà superato) Berlusconi.

Carnevale – Dell’Utri che strana coincidenza…

15 settembre 2008

SICURO DI ESSERE UN CITTADINO LIBERO?

Cercare di fare un’analisi lucida sulla questione “sicurezza” in Italia non è semplice data la lobotomizzazione mediatica delle masse in atto. I media italiani dipendono dal ministero della finzione. Pensare autonomamente è ormai divenuto un lusso (o un demerito) per pochi. Come già ampiamente sostenuto in precedenti post, dopo l’ondata mediatica sull’emergenza sicurezza, finalmente si dirà, il mago Berlusconi ha incantato nuovamente gli italiani. Sono due mesi che non ci sono più stupri, omicidi, rapine, pizzo ecc…L’Italia è improvvisamente rinsavita. Mi chiedo provocatoriamente quando inizierà la nuova serie di “Come Cogne, più di Cogne”, il miglior programma televisivo per distrarre gli italiani… Vespa e Mentana sono pronti.  Ma è davvero così o l’Italia che ci propinano i media non ha riscontro nella realtà? Vi siete mai chiesti cosa sappiamo davvero di ciò che accade in Italia? Sarà forse che la manipolazione dell’informazione mira a creare l’humus adatto dove far crescere un popolo che non deve porsi interrogativi ? Verità e chimere in questa società si confondono…

L’essere sicuri è ben altra cosa dal sentirsi sicuri. La percezione qui gioca un ruolo fondamentale, ed è proprio su questo che punta l’imbonitore Berlusconi. Io sono sicuro quando lo Stato mi garantisce attivamente e passivamente la tutela dei miei diritti fondamentali. Se lo Stato non riesce più ad esercitare il suo potere di imperio sui consociati, allora non c’è più spazio per i diritti e i doveri. Si ritorna all’homo homini lupus. Del resto ci sono tutte le condizioni affinché ciò si realizzi: impunità, affermazione di modelli comportamentali basati sulla prevaricazione ad ogni costo, mafie di stato.  "Si dirà, serve un uomo forte al governo". E chi se non il debole può essere l’agnello sacrificale dato in nome della sicurezza e dell’uomo forte? Chi se non coloro che non possono esercitare  pressioni politiche (lobbing) può essere destinatario di provvedimenti per rendere sicura la vita degli italiani?  Oggi il debole si chiama extracomunitario, prostituta, lavoratore onesto. Domani potrà chiamarsi semplicemente cittadino, giacché la strada  che porta al dispotismo vede in lui un ostacolo, o almeno così era prima della narcotizzazione delle coscienze civili. Probabilmente gran parte degli italiani non opporrebbe alcuna resistenza. Prendete pure i nostri diritti non abbiamo che farne sarebbe la risposta.

State attinte a non cadere in facili conclusioni.

Il dispotismo può manifestarsi anche sotto mentite spoglie. Suvvia, la politica in Italia è televisione. Ciò che appare non è. Bisogna chiedersi però, cosa hanno pagato per la libertà le generazioni che attualmente vivono quest’Italia? Sentiamo nostre le esigenze che portarono alla costituzione democratica?  Sentiamo ancora il bisogno dei nostri diritti o siamo pronti a cederli al primo burattinaio di turno? Possiamo con “sicurezza” affermare che i diritti di cui godiamo oggi siano saldamente acquisiti?Dobbiamo sperimentare la privazione della libertà prima di poter darle il valore che le spetta?  Oggi non c’è più la dittatura che studiamo nei libri di storia. Quelle forme così sfrontate non servono, sono controproducenti, sono destinate a finire. Oggi basta controllare l’informazione. E’ questa sorta di via di mezzo tra la democrazia e la dittatura che impedisce agli italiani di rivendicare i propri diritti e di temere per essi.

Conoscere l’interlocutore è di primaria importanza nei rapporti di fiducia. Gli italiani conoscono i propri politici?

L’inganno in Italia si realizza grazie alla mancanza di memoria storica: la continua e vergognosa rivalutazione storica del fascismo sta privando gli italiani dei necessari punti fermi della democrazia. La libertà non è negoziabile.

Ritornando alla questione sicurezza, che dire dell’inutilità dei militari presenti nelle nostre città, sembrano degli apprendisti poliziotti. Soldi buttati, niente altro. Ignoravo che i problemi maggiori in Italia fossero legati all’accattonaggio, alle risse da bar o al gravissimo problema dei graffitari!!!

I militari in strada salutati con orgoglio dai sindaci sceriffi? Poca sostanza ma molto effetto, colpiscono il cittadino e lo fanno sentire più sicuro. Non importa poi se la polizia non ha la benzina per le macchine, le cancellerie dei tribunali sembrano dei bazar,  o che per intraprendere un’attività economica bisogna pagare l’addizionale locale alle varie mafie…( pizzo o tangente politica per me sono la stessa cosa)  Ma si sa, lo spot sulla sicurezza rende molto di più di un’effettiva sicurezza. La certezza della pena fa paura a troppi politici. Meglio tagliare 400 milioni di euro alle forze dell’ordine e collocare 3000 militari nelle città. Il governo con una mano taglia i fondi e con l’altra inganna. Basta poco per ingannare un popolo narcotizzato.

Tra l’essere e l’apparire questo governo, subdolamente, ha optato per la seconda scelta.

Io mi sento sicuro che di questo passo  dovrò prendere qualche lezione di disonestà per sperare in un futuro lavorativo decente. Almeno questa sicurezza la politica me l’ha data. E di questi tempi non è poco…




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9 settembre 2008

IL TURISMO NEL CILENTO: UN BILANCIO NEGATIVO

Ormai l’estate è finita e ora è tempo di bilanci.  Il turismo nel Cilento è alla canna del gas, fatta eccezione per qualche famiglia che abitualmente vi trascorre l’estate, il bilancio complessivo di questa estate 2008 è pessimo. Prezzi non concorrenziali e mancanza di un’offerta turistica alternativa al solito mare e ombrellone davanti a lidi che sembrano in realtà delle palafitte. In Toscana hanno realizzato le vie del vino, perché nel Cilento non facciamo le vie dell’olio? Puntare esclusivamente alla valorizzazione(?) della fascia costiera ha un senso soltanto se l’entroterra ha già la forza per attrarre un turismo di qualità. Credo che le forze politiche abbiano siglato una sorta di pax cilentana, temendo che alterare l’equilibrio, raggiunto dopo anni ed anni di clientele e impoverimento culturale del Cilento, possa far vacillare i loro feudi. Sarà per questo che le dimissioni “forzate” del Prof. De Masi dalla presidenza del Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano sono state salutate con una sorta di silenzioso rallegramento soprattutto da parte della compagine di centrosinistra. Rinnovamento politico nel Cilento vuol dire passare da padre in figlio!!! Il modello De Masi rappresentava un pericolo per tutti quei politici cilentani che hanno fatto del clientelismo e della gestione familiare della politica un loro segno distintivo.

Le cause del mancato sviluppo  economico e di conseguenza anche del turismo cilentano sono molteplici, ma tutte aventi un minimo comune denominatore: la politica.


In un paese normale i fondi per la microfiliera del turismo dati con la formula degli aiuti “de minimis”  sarebbero serviti per incrementare l’offerta ricettiva sia di fascia media che di fascia alta. Nel nostro Cilento invece chi voleva ristrutturare la propria casa ha pensato bene di sfruttare questi fondi, improvvisandosi operatore turistico per pochi mesi l’anno. Il risultato è l’assenza di professionalità e la carente offerta ricettiva di qualità.
La politica sta comprando il silenzio dei cittadini, che ancora una volta si accontentano di qualche contentino tipo  il concerto di Pino Daniele a Palinuro ( tra l’altro davvero deludente!!!) o qualche sagra. Che aspirazioni mediocri regnano nel nostro Cilento!!!
La svolta cilentana potrebbe partire da Agropoli, dove probabilmente sorgerà un club Med.

Resta da far capire ai politicanti cilentani che oggi la competizione nel settore turistico è globale, la gente a parità di costo tra il Cilento e Barcellona sceglie quest’ultima.

E’ online l’intervista ad alcuni membri del comitato “Pro De Masi”. Ecco il link Una giornata con il comitato "Pro De Masi"




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23 maggio 2008

ITALIA...

"Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso.

Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti.

In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri. Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto.

Che garantisca l’ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere.
Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo".

Tratto da "La democrazia in America" - A. Tocqueville




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19 maggio 2008

VIOLENZA, DALLA PARTE DI CHI LA SUBISCE. SEMPRE.

di Giuseppe Di Vietri
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E’ la notte a cavallo tra l’ultimo di aprile e il primo di maggio. In città, ognuno a modo suo, approfitta dell’occasione per fare baldoria con gli amici. Una birra, uno sguardo fugace lanciato ad una ragazza, una passeggiata. Giovani. Una serata come tante. In un luogo come tanti. Un gruppo di cinque ventenni si avvicina ad un altro gruppo chiedendo ad uno di questi una sigaretta. Costui appone il suo rifiuto e questi – a quanto pare – reagiscono in maniera inconsulta aggredendo il gruppetto di tre. Tutti o solo alcuni dei cinque se le suonano con i malcapitati (i quali comunque partecipano al certamen) e continuano il pestaggio anche quando uno di essi è a terra, indifeso, martoriato. Giovani. Una serata come tante. In un luogo come tanti. A questo punto ci si aspetta il solito e  talvolta bigotto ragionare sui giovani; si sarebbe aperta la solita passerella di supposizioni: “sera di festa… le due di notte… gli amici, i locali… avranno bevuto! Si saranno fatti qualche canna!”.Ma improvvisamente, allorquando la questura comunica le varie piste investigative, ci si accorge che questa cosa non poteva essere compiuta da ragazzi “normali”, in un luogo come tanti. Improvvisamente quell’ipotesi investigativa diviene il leit motiv della discussione. Non interessa cosa hanno voluto significare le autorità competenti. Il cerchio è chiuso. Quei ragazzi erano di estrema destra, il fattaccio è accaduto a Verona, ergo è un aggressione politica. E’ tutto chiaro come la luce del sole: non può non essere che così. Eccellente Watson: stai ricomponendo il quadro! Non interessa come sono andate le cose.  E’ già tutto chiaro! Diamine se lo è! Vorrei ricapitolare: sera di festa - rissa per futili motivi - ragazzo morto - aggressori appartenenti all’estrema destra. Tutto chiaro: adesso bisogna solo ipotizzare quale elemento si sia realizzato in quella sede tale da giustificare in uno schema ideologico e comportamentale di un nazi-fascista il porre in essere l’atto violento: “sarà stato comunista!”.

Non importa a nessuno se quel povero cristo fosse stato effettivamente comunista o meno: magari lo era, e magari glielo avrà detto anche in faccia a quella sottospecie di animali che lo hanno ammazzato che lui era un rosso e fiero di esserlo. E a questi paladini neanche importa cosa lui pensasse effettivamente. Quello che conta è il fatto che c’è un morto e che gli aggressori erano di estrema destra. Ciò è più che necessario per marciare!! “Nicola, è vivo e lotta insieme a noi!”
Per questi paladini della vita umana c’è la necessità di dimostrare che necessariamente i nazi sono degli animali violenti che sguazzano nella rozzezza e si nutrono di odio. E magari lo sono. Anzi, lo sono sicuramente. Ma non importa: tu Nicola sei solo un elemento nell’impianto argomentativo di chi necessita di dimostrare che lo sono. E lo sono perché hanno aggredito per un futile motivo o perché hanno infierito su un ragazzo a terra già pestato a sangue? Forse la prima. Forse la seconda. Forse tutte e due. Non importa: si ha il realizzarsi di un comportamento violento connaturato nell’ideologia nazi-fascista e ciò è bastevole.
E se invece Nicola fosse ancora in vita e, ferma restando la dinamica degli eventi, magari in quattro tavole di legno si ci trovava uno dei cinque aggressori?
Che reazione avremmo avuto oggi?
“Nazi bastardi se la sono cercata, così imparano!”
E magari, anzi sicuramente, i paladini oggi avrebbero parlato non del ragazzo morto (perché è quello che a noi sta a cuore:  la vita spezzata, no?) ma avrebbero incentrato le loro argomentazioni sul fatto che Verona è una città violenta, in cui è dominante una cultura di estrema destra la cui natura ha trovato necessario sfogo in quell’aggressione;  e sostanzialmente è quello che fanno già ora,  ma almeno non avrebbero sbandierato il morto come argomento incontestabile della giustezza della loro crociata o apponendolo a spada di Damocle su coloro che avessero osato dire mezza parola al riguardo: “C’è il morto! Sei un insensibile”
Non è così?
E’ il povero cristo che giace freddo sotto terra a starci a cuore?
E quando mai una mobilitazione per un ragazzo morto dopo una rissa serale?
E quando mai si aperta una discussione – tra noi giovani innanzitutto –al sentire di azioni anche più efferate poste in essere da nostri congenerazionali?
Mi sbaglio?
E della povera Lorena, perché noi giovani non ne parliamo?
Tre vermi a cui lei si era concessa l’hanno soffocata dopo averla riempita di botte, dopo averla martoriata con calci e pugni. Una ragazza, indifesa, e con la quale gli assassini avevano avuto rapporti intimi.. Neanche l’aver più volte condiviso un’esperienza di quel tipo con lei ha creato un qualche genere di freno .
Ma di lei a questi paladini-della-vita-spezzata interessa poco.
Forse perché più che paladini della vita umana sono paladini dell’antifascismo (non che ciò sia di per sé un male).
Non che  costoro se ne freghino (assolutamente no!), ma per quanto sbigottiti e magari addolorati, di certo non hanno avuto quella sacrosanta tensione giustizialista come nel caso del povero Nicola (ma il nome forse poco importa: chiamiamolo “morto-ammazzato-da-neo-nazi”)
Ma perché ciò??
VIDEST RESPONSUM
Bisogna fermarsi un momentino a ragionare e farsi un profondo esame di coscienza, e non perché si stia agendo in mala fede o per scopi disdicevoli - la cultura della violenza è un elemento presente nel mondo dell’estrema destra  (ma fortunatamente non in tutto) e purtroppo in alcuni casi non isolati riveste addirittura una valenza costituente CHE DEVE ESSERE SRADICATA (e sottolineo  questo termine) SENZA MEZZI TERMINI E SENZA ESITAZIONE ALCUNA -  ma perchè vi è stato un accanimento nella ricerca di UNA verità specifica, una verità ideologicamente preconfezionata il cui successivo ed eventuale riscontro non ne giustifica nella maniera più assoluta il formarsi.
E con la stessa fermezza deve essere SRADICATA anche quella che si trova  dall’altra parte della barricata. L’assioma DESTRA-ODIO-VIOLENZA “PURA” e SINISTRA-RISPETTO-PACIFISMO è una baggianata colossale: provate ad andare a Bologna con una maglietta della X-Mas e fatemi sapere se sarete accolti da ragazzi festosi che proveranno a convincervi con “mettete dei fiori nei vostri cannoni”.
Penso che frasi del tipo “L’unico fascista buono è quello morto” o  “se vedo un punto nero gli sparo a vista” siano esemplificative di quanto la violenza e l’odio per il diverso sia connaturato e radicato anche qui (e sottolineo, non per par condicio argomentativa ma per onestà intellettuale, che fortunatamente non in tutta l’estrema sinistra).  Ora ci sarà anche qualcuno che, anche solo nella sua testa, proverà a circoscrivere il fenomeno violento nel mondo della sinistra, ma questo sarà solo la dimostrazione del modo di porsi IDEOLOGICAMENTE FUNZIONALE in sede di formazione e argomentazione di un giudizio sulla violenza; magari dicendo che quelli non sono esattamente della propria corrente politica, oppure che sono dei semplici cretini, oppure altro… Ma perché, non si può asserire lo stesso dall’altra parte e per l’altra parte?
E magari si porranno in essere delle argomentazioni sulla differenza tra destra e sinistra bla bla bla,.. Ma qua nessuno deve portare acqua al proprio mulino, altrimenti siamo ancor più dei disonesti.
LA VIOLENZA E’ SEMPRE VIOLENZA.
Se poi si ritiene che per sconfiggere il neo-fascismo si può usare violenza, allora la discussione non è più sulla violenza (se per qualcuno lo è mai stata) ma si discute circa il merito, circa la validità e la giustezza del fine nobile o malsano che la muove.
Spero che concordiate su questo punto con me, altrimenti devo per forza di cose dedurre che si sostiene il carattere discrezionale del giudizio di esecrabilità dell’atto offensivo.
Non penso che si sostenga questo,  ma nel caso in cui sia  questo il modus (e purtroppo sono tanti i cretini che la pensano in questa maniera, da una parte e dall’altra) allora il discutere del gesto violento di destra diviene solo una scusa  per attaccare un avversario politico, con buona pace di Nicola.  Un ragazzo come tanti.

Avvertenza: la mia non è nella maniera più assoluta un’apologia di nessun colore politico. Quello che ho detto, fatte le ovvie modifiche per alcuni passi,  è valevole anche invertendo la “cromatura” degli aventi causa.

                                                                                                                                 Giuseppe Di Vietri

17 maggio 2008

COME TI PLASMO L'ELETTORATO: REALTA' ARTIFICIALI E TECNICHE DI MANIPOLAZIONE

E’ desolante constatare che in Italia l’informazione sia  l’instrumentum regni della politica e non un servizio per i cittadini; lo è ancor di più non vedere alcuna via d’uscita a questo fascismo mediatico. L’emergenza immigrazione è stata costruita a tavolino e subliminalmente inculcata agli italiani mediante un continuo bombardamento mediatico. In questi ultimi mesi i mass-media hanno dedicato aperture di telegiornali, titoloni da prima pagina, approfondimenti e salotti al tema della sicurezza, senza mai citare però il più grande problema di sicurezza che c’è in Italia: le mafie. Si ricollega la questione della sicurezza esclusivamente all’immigrazione,ma si è mai sentito discutere del problema sicurezza contestualmente a quello del malfunzionamento della giustizia?   Si usa l’informazione per generare nel cittadino false percezioni,  grazie alle quali sarà lo stesso cittadino a reclamare a gran voce provvedimenti per la sicurezza. La politica prima crea mediaticamente l’emergenza, poi si erge a portavoce delle istanze dei cittadini. Signori, questa è la dittatura delle masse pilotate, è la negazione della politica. Un politico quando deve compiere delle scelte non può lasciarsi influenzare del volere della massa, ma deve essere lungimirante. Questo è quanto ci insegna Tocqueville ne “La democrazia in America”. Diversa è però la situazione italiana, dove è la stessa politica ad influenzare massicciamente l’opinione pubblica tramite l’informazione “unica”. L’esempio che riportiamo è particolarmente efficace in quanto illustra quanto sia agevole canalizzare le paure e i più bassi istinti delle masse mediante  la creazione ad hoc di un “nemico” comune.   Guardiamo da vicino la genesi di quest’ennesima emergenza “sicurezza”: nel 2006 la Romania è entrata nell’Unione Europea, ed essendo venuti meno i limiti alla circolazione in Europa, si è posto il problema, in ambito europeo, di come affrontare la migrazione massiccia dei romeni e maggiormente dei rom. Germania, Gran Bretagna e in parte anche la Francia hanno previsto un piano di contenimento degli ingressi, limitando di fatto la migrazione dei romeni ( e rom) nei propri territori. L’Italia invece non ha posto nessun limite, ma è bene precisare che nel momento in cui la Romania è entrata a far parte dell’Unione Europea, il governo italiano era guidato da Berlusconi. Non porre limiti all’immigrazione romena era un atto dovuto, l’Italia, con le sue 20-30000 imprese delocalizzate sul territorio romeno, è il primo partner commerciale della Romania. All’imprenditore italiano non conviene investire nel sud Italia, perché qui da noi pur beneficiando degli sgravi fiscali previsti per (ri)lanciare la produzione nel mezzogiorno d’Italia, si troverebbe costretto a pagare una tassa, o meglio un’addizionale locale, che non è possibile evadere: il pizzo. Notate in che modo lo stato esercita il suo potere di imperio: al nord si parla di commissari straordinari per l’emergenza rom, al sud la camorra si fa Stato: risolve il problema dei rom bruciandogli i campi. I rom sono l’agnello sacrificale legittimante il potere della camorra.

- Faccio una piccola parentesi sul rapporto che intercorre tra i rom e la camorra. I roghi dei rifiuti tossici nella provincia napoletana e casertana sono commissionati dalla camorra ai rom. -

L’Italia (precisamente alcune zone d’Italia come Campania, Sicilia e Calabria) è il paese in Europa con la più alta concentrazione di organizzazioni criminali, ma la politica non dice una parola (ormai i fatti non esistono più) su mafia, camorra, ndrangheta, sacra corona unita, stidda, banda della magliana, e chi più ne ha più ne metta. L’informazione di regime, con i culi e con le tette delle veline narcotizza la coscienza civile dei cittadini, e con i giornalisti-zerbini cancella e riscrive la storia, inverte le azioni prioritarie che la politica deve compiere per il bene del paese; in poche parole, questa informazione sta lobotomizzando gli italiani.

Come sono attuali 1984 di George Orwell e di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury!!! Si salvi chi può…e chi vuole!!!

P.S.

Il 21 maggio si terrà a Napoli il primo consiglio dei ministri del governo(?) Berlusconi. Si parlerà  anche di rifiuti. Non mi stupirei se Berlusconi proponesse la realizzazione di 10 termovalorizzatori-termodistruttori-inceneritori.

11 maggio 2008

IL NAUFRAGIO

La vittoria annunciata delle elezioni politiche da parte del sempreverde Berlusconi, e l’affermazione di Alemanno a Roma segnano l’inizio del countdown. Il sistema si mostrerà con le vesti dell’entourage Berlusconiano, e in un processo incontrollabile si genererà l’anti-sistema. Ovviamente gli interpreti dell’altra faccia del potere non potranno più essere  coloro che fino a pochi giorni fa erano il sistema superficiale del potere stesso. Veltroni & Co. a casa…si può fare!!! Solo chi non ha occhi per vedere e orecchie per sentire, e ahimè in Italia ce ne sono molti, può negare o confutare a proprio piacimento il ruolo determinante svolto dall’informazione in questi anni di sospensione della politica, intesa come servizio per la collettività. Gli interessi personali o partitici hanno fatto smarrire il fine dell’azione politica di un governo, di un parlamento o di qualsivoglia istituzione. Il progresso materiale e culturale del popolo italiano collide con le logiche individualiste e settarie dell’attuale politica italiana. Berlusconi non ha un progetto, è un semi-dittatore utile solo a se stesso. Gli anni novanta hanno fatto emergere l’incapacità e la vera natura degli uomini politici della sinistra italiana. Mascherati da paladini della questione morale, questi uomini senza senso che si facevano chiamare comunisti, appena hanno accarezzato la calamita del potere, lungamente sognata, hanno tolto la maschera e hanno mostrato la loro vera natura, calpestando la questione morale e gli ideali socialisti (che non hanno nulla in comune con il socialismo italiano recente). Poco accorti e figli di un’ideologia(?) incompatibile con la realtà italiana, i padri della seconda repubblica delle banane, si sono fatti travolgere dal potere. Solo chi ha un progetto politico ben preciso e un’ideale che svolga la funzione di faro può opporre resistenza all’immane forza corruttrice del potere. Beh, questi uomini della sinistra italiana erano sprovvisti dei necessari ancoraggi, e il naufragio prima o poi doveva avvenire. Oggi possiamo dire con gioia e leggerezza d’animo che la nave è affondata senza il suo capitano, semplicemente perché non c’era nessun capitano. Credo che dagli inizi degli anni novanta sia iniziato il percorso di avvicinamento all’anno 0 della sinistra. Ora è il momento dell’autocritica e dei saluti finali.

Sul fronte opposto il sistema Berlusconi è stato allevato seguendo schemi e procedure tipiche di un altro sistema di potere, o meglio del sommo potere, l’Impero: con il controllo dell’informazione è giunto a influenzare le coscienze degli italiani, anche di quelli avversi alla sua politica. E’ bene dirlo, Berlusconi ama questa sinistra italiana, a lei deve l’autorizzazione a candidarsi alle elezioni politiche del 1994, a lei deve soprattutto il disorientamento degli elettori di sinistra.

Già dalla fine degli anni novanta il sistema Berlusconi era pronto per riprodursi, era maturo per essere elevato a religione. Il depauperamento costante della coscienza critica e civile operato dalla televisone italiana, vedi reality farsa, falsi miti made in Costanzo & De Filippi, informazione e approfondimento modello Bruno Vespa – Emilio Fede, rispondono ad una logica ben precisa, che è quella di creare le condizioni ottimali per far nascere i figli del sistema Berlusconi: gli elettori – drone di cui parlava Cristiano in un precedente articolo. Berlusconi ha creato dei mostri replicanti, tra i quali lo stesso PD.


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7 maggio 2008

INTERVISTA AD ALESSANDRO IACUELLI

Un'inchiesta giornalistica sul vero dramma dell'emergenza rifiuti in Campania: lo smaltimento illegale dei rifiuti speciali. Dalla morte di Ilaria Alpi , agli ultimi sversamenti illegali nelle discariche abusive della camorra, passando per la gestione commissariale, l'appalto alla FIBE , le caratteristiche tecniche dei termovalorizzatori (TERMODISTRUTTORI)  da realizzare in Campania, e le prospettive future.
Una lucida riflessione sul lento omicidio di massa dei cittadini campani, troppo spesso dimenticato dalle istituzioni e dai mass media nazionali.

Intervista: Antonio Bruno
www.parteattiva.ilcannocchiale.it
Riprese e Montaggio: Diego Nunziata
Produzione:
Arcoiris Campania

Visita il sito: www.alessandroiacuelli.net

 

Le vie infinite dei rifiuti

 

L'inquinamento costante e sistematico dell'ambiente e dei suoi abitanti sta cambiando la morfologia del paesaggio, rendendolo ormai molto simile ad una grande discarica. Ciò che è visibile ad occhio nudo, tuttavia, non basta per comprendere un fenomeno molto più complesso, il cosiddetto "business dei rifiuti"
Nel desolante paesaggio generale emerge Napoli, che agonizza soffocata dalle esalazioni dei rifiuti urbani, e la Campania, che muore avvelenata da materiali tossici, dalla politica compiacente e dalla criminalità che la assedia.
"Le vie infinite dei rifiuti" è un'inchiesta giornalistica che ricostruisce il viaggio e lo smaltimento dei materiali tossici verso la Campania e le motivazioni concrete dell'ormai cronica "emergenza rifiuti" della regione.

P.S. L'intervista potrebbe non partire con Internet Explorer

3 maggio 2008

CERCASI COLLABORATORI

Il blog in questi mesi è cresciuto in qualità e in numero di articoli, ma non basta.  La mia intenzione è quella di creare un web-journal alternativo che si occupi di temi come la legalità(es. monitoraggio delle istituzioni locali), la giustizia, la laicità, la politica in generale, ma anche di musica, cultura ed eventi. Ovviamente questo progetto non può essere portato avanti solo da me, per questo invito chiunque di voi abbia intenzione di collaborare a questa iniziativa ad inviarmi una e-mail a parteattiva@hotmail.it, o a lasciare un commento.

Vi segnalo inoltre che le tematiche trattate nel futuro web-journal potranno essere oggetto di video - documentari, inchieste giornalistiche, interviste o altro. Arcoiris Tv (916 sul satellite) Campania è ormai una realtà.

P.S Se volete realizzare un video di un vostro evento, o avete un’idea da proporre, non esitate a contattarmi. La redazione campana di Arcoiris TV è a vostra disposizione.



29 aprile 2008

ANDAMENTO DEMOGRAFICO NEL CILENTO

Per quanto riguarda l’andamento demografico nel Cilento, dal 1961 si è registrato un trend positivo che ha avuto il suo picco massimo nel rilevamento istat del 1991 con 247000 abitanti. Dal 1991 ad oggi invece c’è stato un calo significante della popolazione cilentana che è passata da 247000 abitanti circa, a 225000 abitanti circa.

In 50 comuni del Cilento la generazione del 2006 non riuscirà a formare una prima classe elementare a causa del progressivo calo demografico che dal 1991 ad oggi si registra nel nostro territorio. Nel febbraio 2007 la Regione Campania ha emanato, nel rispetto della l.r. n.4 del 1998, il bando per l’assegnazione degli incentivi per il riequilibrio demografico dei centri montani (BURC n.10 del 12 febbraio 2007) impegnando 2.800.000 euro. Il Bando prevedeva “l’erogazione di un contributo sulle spese di acquisto, recupero e/o costruzioni di immobili da destinare ad abitazione principale ai soggetti che stabiliscono la propria residenza a dimora abituale, unitamente alla propria attività economica, nei comuni montani di cui all’elenco allegato al bando”, elenco di cui fanno parte 38 dei 50 comuni in via di spopolamento.

Iniziative come questa, di incentivi al reinsediamento, possono giovare solo se accompagnate da politiche specifiche tese al risanamento dei problemi strutturali dell’area, che non si risolvano nei soliti finanziamenti a “pioggia” ma  mirino a convogliare  le risorse in progetti dotati di effettivo coordinamento e programmaticità. E’ illusorio pensare di poter incidere significativamente con progetti a breve termine senza affrontare le questioni strutturali che minano lo sviluppo del territorio, quali la mancanza di infrastrutture, l’assenza di un serio programma di incentivi al turismo di qualità, ma soprattutto la mancanza di un programma di formazione lavorativa per i giovani. Tutte queste proposte  sono destinate a rimanere utopie se non si estirpa la piaga sociale del clientelismo, che è il vero nemico dello sviluppo del nostro territorio. Una classe politica mediocre è capace di selezionare soltanto amministratori mediocri.

Ricerca sullo spopolamento di 50 comuni cilentani



28 aprile 2008

IL NOSTRO PUNTO DI VISTA

Sabato 26 aprile a Vallo della Lucania si è tenuto l’incontro organizzato dai socialisti locali dal tema “Dialogando sull’azione politica ed amministrativa: riflessioni e prospettive” come da noi segnalato nei giorni scorsi.  Come altresì segnalato, anche due nostri interventi erano previsti –giacché in programma-  ma avendo gli organizzatori preferito che il mio intervento avvenisse senza la proiezione delle diapositive riguardanti il nostro lavoro, abbiamo ritenuto opportuno non intervenire, vista la maturata impossibilità di presentare il nostro lavoro in maniera completa, organica ed esaustiva. Voglio fortemente precisare che non c’è stata alcuna forma di censura, del resto io ed Emilio eravamo stati invitati ad intervenire e avevamo messo a conoscenza gli organizzatori del contenuto del nostro intervento. Probabilmente  ci sono state divergenze di metodo e di organizzazione dell’incontro.  In ogni caso, di fondamentale importanza è iniziare un percorso di rinnovamento dell’azione politica nel Cilento, e siamo contenti che i socialisti vallesi si facciano interpreti di quest’esigenza.

L’idea di  sviluppare un osservatorio degli avvenimenti politici sia a livello nazionale che locale muove dalla nostra convinzione che la sterilità del dibattito politico sia dovuta in larga parte al disinteresse che i cittadini hanno nei confronti della vita politica del paese, e maggiormente delle comunità territoriali in cui risiedono. La funzione del blog, in quanto osservatorio, è quella di monitoraggio delle istituzioni locali, fermo restando che la denuncia sociale deve essere accompagnata da proposte alternative di sviluppo. La mancanza di informazione e  la disinformazione costante praticata dai mass media, influisce ancor di più negativamente nel Cilento, dato il retaggio culturale  oscurantista di cui è vittima la nostra terra. Beh, non credo che possa essere definito eretico se dico che la politica nel Cilento è di totale appannaggio di prosapie illustri che pur non avendo dato nulla al territorio, godono di una rete di consensi creata ad hoc attraverso un clientelismo strisciante e capillare. In un contesto privo di spirito critico e costruttivo, condito con un servilismo in stile medioevale, l’ignoranza diviene davvero forza e garanzia di potere. Progettualità e lungimiranza politica non sono termini che si addicono ai politici che amministrano, e non governano, il nostro territorio. Basti pensare agli aiuti de minimis dati alla microfiliera artigianale o turistica privi di una chiara strategia di sviluppo, oppure alla gestione della sanità dove il clientelismo sta riducendo gli standard qualitativi.  L’arretratezza culturale ed economica delle nostre zone è stata ed è figlia di uomini politici, a cui maldestramente abbiamo accordato la nostra fiducia, che guardacaso spesso conoscevano il Cilento solo come espressione geografica.

Nei prossimi giorni metterò a vostra disposizione le diapositive che avevamo elaborato per l’incontro del 26 aprile.

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